Approfondimento ·

CBD e THC come antivirali contro Sars-CoV-2

Lo studio coreano che valuta la potenza antivirale dei cannabinoidi contro il Covid

Pubblicato il
20 Gennaio 2021
In sintesi
  • Uno studio di screening computazionale e in vitro ha valutato 32 cannabinoidi contro SARS-CoV-2 e riportato attività antivirale di CBD e THC in sistemi sperimentali, ipotizzando effetti sulla proteasi virale e sull’infiammazione. Il confronto con farmaci di riferimento non equivale a efficacia nei pazienti: non dimostra prevenzione o cura del COVID-19 e richiede studi clinici.

THC e CBD potrebbero essere efficaci per il trattamento del Covid-19, in unione ad altri farmaci. A rivelarlo è uno studio condotto da un gruppo di ricercatori coreani e pubblicato a inizio dicembre sull’International Journal of Biologicacl Macromolecules.

L’obiettivo degli scienziati era quello di stabilire le potenzialità antivirali dei cannabinoidi, tra cui cannabidiolo (CBD) e delta-9- tetraidrocannabinolo (THC), contro il nuovo coronavirus. Per questo, sono stati esaminati 32 cannabinoidi: tra questi, 5 sono stati sottoposti a ulteriori test antivirali in vitro, per capirne le capacità di inibizione di Sars-CoV-2. I cannabinoidi presi in considerazione erano delta-9-acido tetraidrocannabinolico, delta-9-tetraidrocannabinolico, cannabinolo, acido cannabidiolo e cannabidiolo. Dallo studio è emerso che CBD e THC “hanno mostrato una potente attività antivirale contro SARS-CoV-2″. Il meccanismo che li potrebbe rendere efficaci contro il nuovo coronavirus sembra agire in due direzioni: da un lato, i cannabinoidi bloccherebbero la procedure di traduzione virale, inibendo l’ enzima SARS-CoV-2 M pro, mentre dall’altra ridurrebbero i livelli di citochine infiammatorie, agendo sul recettore del sistema endocannabinoide CB2. Per questo, sostengono gli studiosi, “CBD e THC potrebbero funzionare come doppia azione per il trattamento delle infezioni da coronavirus umano”.

Oltre ai cannabinoidi sono stati utilizzati anche i farmaci standard lopinavir, remdesivir e la clorochina. È emerso che THC e CBD “sono stati osservati come molecole antivirali più potenti contro SARS-CoV-2 rispetto ai farmaci di riferimento lopinavir, clorochina e remdesivir”. I ricercatori hanno concluso, quindi la possibilità di usare i due cannabinoidi per trattare i pazienti affetti da Covid-19, in combinazione con altre molecole di farmaci.

Quello portato a termine dai ricercatori coreani non è il primo studio che va in questa direzione. Altri scienziati hanno indagato le proprietà della cannabis, nel tentativo di stabilirne l’efficacia nel trattamento dei pazienti affetti da Sars-CoV-2. Nella maggior parte dei casi si è arrivati alla conclusione della possibilità di un contributo da parte della cannabis terapeutica nella gestione dei sintomi, anche gravi del coronavirus, come la sindrome da distress respiratorio acuto. Ulteriori studi saranno necessari per valutare le potenzialità dei cannabinoidi sui pazienti affetti da nuovo coronavirus.

Domande frequenti

Quanti cannabinoidi sono stati esaminati nello studio?
Lo screening ha considerato 32 cannabinoidi; cinque composti sono stati poi sottoposti a ulteriori test antivirali in vitro, tra cui forme acide e neutre di THC e CBD e il CBN.
Quali meccanismi venivano ipotizzati per CBD e THC?
Gli autori proponevano una possibile inibizione della proteasi principale di SARS-CoV-2 e una modulazione di citochine infiammatorie attraverso il recettore CB2. Sono ipotesi basate su modelli sperimentali.
Il confronto in vitro dimostrava superiorità rispetto a remdesivir?
No. Una maggiore attività in uno specifico test non stabilisce dose raggiungibile, sicurezza, efficacia clinica o superiorità terapeutica. Farmaci e cannabinoidi non possono essere confrontati clinicamente sulla sola potenza in vitro.
Cannabis, CBD o THC prevengono o curano il COVID-19?
Non sulla base di questo studio. Non devono sostituire vaccinazione, antivirali prescritti, monitoraggio o altre cure basate sulle indicazioni sanitarie. Il fumo o l’inalazione possono inoltre irritare l’apparato respiratorio.
Perché molti composti attivi in vitro non diventano farmaci antivirali?
Possono richiedere concentrazioni irraggiungibili o tossiche, essere metabolizzati rapidamente, non raggiungere il tessuto giusto o fallire negli studi clinici. Servono farmacocinetica, sicurezza e trial controllati con esiti sui pazienti.