Differenza tra cannabis indica e sativa
Come e perché vengono utilizzati ancora i due termini
- Indica e Sativa nacquero come categorie botaniche basate su origine e morfologia, ma le varietà moderne sono ampiamente ibridate e appartengono generalmente a Cannabis sativa L. Aspetto o etichetta “indica/sativa” non prevedono affidabilmente sedazione o stimolazione. Per uso medico contano chemiotipo, concentrazioni di THC/CBD, terpeni, dose e risposta individuale.
Da tempo la pianta di cannabis viene distinta nelle categorie Indica e Sativa. Scopriamo l’origine di questi termini e come la ricerca scientifica ne abbia progressivamente ridefinito il significato.
Indica e Sativa: origine e significato
Per comprendere appieno l’argomento, è necessario partire dall’origine dei termini Indica e Sativa. Queste denominazioni furono introdotte dai botanici tra il XVIII e il XIX secolo per classificare diverse tipologie di cannabis sulla base delle loro caratteristiche morfologiche e della loro provenienza geografica.
Nel 1753 il botanico svedese Carlo Linneo descrisse la specie Cannabis sativa L., basandosi principalmente sulle piante coltivate in Europa per la produzione di fibre. Alcuni decenni più tardi, nel 1785, il naturalista francese Jean-Baptiste Lamarck descrisse la Cannabis indica, osservando esemplari provenienti dal subcontinente indiano, caratterizzati da una statura più contenuta e associati alla produzione di preparazioni resinose utilizzate per i loro effetti psicoattivi.
Fin da allora si sviluppò un dibattito tra chi considerava queste piante appartenenti a specie distinte e chi, seguendo l’impostazione di Linneo, riteneva che facessero parte della stessa specie. Ancora oggi la classificazione botanica della cannabis è oggetto di discussione, ma la maggior parte della letteratura scientifica utilizza la denominazione Cannabis sativa L., riconoscendo l’elevata variabilità genetica e morfologica della pianta.
Utilizzo dei termini “Indica” e “Sativa”
Se la maggior parte degli studiosi considera la cannabis come un’unica specie, perché i termini Indica e Sativa continuano a essere utilizzati?
Oggi queste definizioni sono ancora molto diffuse nel settore della cannabis, in particolare tra produttori e aziende sementiere, poiché permettono di descrivere alcune caratteristiche morfologiche delle piante. Tradizionalmente, le varietà definite “indica” vengono associate a piante più compatte e con foglie più larghe, mentre quelle definite “sativa” tendono a essere più alte e con foglie più strette.
Con il passare degli anni, ai termini Indica e Sativa sono stati attribuiti anche presunti effetti differenti. In particolare, si è diffusa l’idea che le varietà indica siano più rilassanti e quelle sativa più stimolanti. Tuttavia, le evidenze scientifiche attuali suggeriscono che gli effetti della cannabis dipendano principalmente dalla composizione chimica della pianta (cannabinoidi, terpeni e altri composti bioattivi) piuttosto che dalla sua morfologia o dalla denominazione commerciale.
Per questo motivo, oggi la classificazione più utilizzata in ambito scientifico e medico è quella basata sul chemiotipo, cioè sul profilo dei cannabinoidi presenti nella pianta (ad esempio THC prevalente, CBD prevalente o bilanciato). In generale, comunque, i termini Indica e Sativa continuano a essere utilizzati soprattutto come riferimento descrittivo della morfologia della pianta.
Il rischio di creare confusione
Con il progredire della ricerca scientifica sono emersi alcuni aspetti importanti riguardo all’utilizzo dei termini Indica e Sativa:
Non è corretto associare automaticamente gli effetti della cannabis (rilassanti o stimolanti) all’aspetto fisico della pianta. Piante molto simili dal punto di vista morfologico possono infatti presentare composizioni chimiche molto diverse.
Nel corso degli anni, le numerose selezioni genetiche e gli incroci effettuati dai coltivatori hanno reso sempre più sfumate le differenze originarie tra le varietà storicamente definite indica e sativa. Per questo motivo, oggi è più frequente trovare definizioni come “indica-dominante” o “sativa-dominante”, utilizzate per indicare una maggiore somiglianza con una determinata morfologia o genealogia.
Negli ultimi anni molti ricercatori e professionisti del settore hanno proposto di ridurre l’utilizzo delle categorie Indica e Sativa come indicatori degli effetti della cannabis, privilegiando invece classificazioni basate sul profilo chimico della pianta. L’obiettivo è sviluppare una terminologia più accurata e scientificamente fondata, in grado di fornire informazioni più utili sia ai pazienti sia ai consumatori.
Riferimento bibliografico: McPartland, J. M. (2017). Cannabis sativa and Cannabis indica versus “Sativa” and “Indica”. In Cannabis sativa L.-botany and biotechnology (pp. 101-121). Cham: Springer International Publishing.