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“Non so cosa dire ai pazienti”: il silenzio dei medici sulla cannabis

Come colmare le lacune formative sul tema dei cannabinoidi

Pubblicato il
8 Agosto 2025
In sintesi
  • Molti medici si dichiarano poco preparati a parlare di cannabis terapeutica, nonostante la prescrizione sia consentita in Italia da anni. Studi statunitensi e un sondaggio italiano evidenziano lacune normative e cliniche, differenze tra specialità e stigma. Formazione continua, protocolli condivisi e ricerca sono indicati come leve prioritarie.

Ormai è sotto gli occhi di tutti: quello della cannabis in medicina è un argomento sempre più dibattuto. Eppure, molti medici si sentono ancora poco preparati ad affrontare l’argomento con i pazienti. Un recente studio statunitense pubblicato su Medical Cannabis and Cannabinoids ha evidenziato significative lacune nella formazione dei professionisti sanitari americani riguardo alla cannabis medica. E in Italia, qual è la situazione?

Lo studio americano

Uno scoping review pubblicato di recente ha raccolto dati da 41 studi condotti dal 2013 al 2025 sulle attitudini degli operatori sanitari statunitensi verso la cannabis medica. I risultati delineano un quadro chiaro: la maggior parte dei professionisti si sente inadeguatamente preparata a discutere di cannabis terapeutica con i propri pazienti, segnalando un evidente gap formativo già a partire dall’università.

Le opinioni variano anche in base alla specializzazione: oncologi, palliativisti e medici del dolore mostrano un atteggiamento positivo, mentre pediatri e ginecologi restano diffidenti, soprattutto per l’uso in gravidanza e nell’infanzia. Persistono inoltre pregiudizi in ambiti come la cardiologia e la neurologia. Tuttavia, i medici con maggiore esperienza e quelli che lavorano in Stati dove la cannabis è già legale mostrano maggiore familiarità con il tema.

Il bisogno di formazione continua e ricerca clinica è avvertito come urgente: corsi specifici, aggiornamenti e protocolli standardizzati sono considerati fondamentali per migliorare la qualità dell’assistenza e superare lo stigma ancora associato all’uso terapeutico della cannabis.

La situazione in Italia: medici in cerca di certezze

Guardando a casa nostra, emerge una realtà fatta di luci e ombre. Da un lato, l’Italia è stato uno dei primi Paesi in Europa a riconoscere l’uso medico della cannabis: già dal 2006 i medici, di qualsiasi specializzazione, possono prescrivere preparati magistrali a base di principi attivi della cannabis per scopi terapeutici. Un decreto ministeriale del 2015 ha poi elencato le indicazioni cliniche per cui è consentita e rimborsabile e dal 2016 è attiva la produzione nazionale di cannabis medica (varietà FM-2) presso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze.

Dall’altro lato, però, la preparazione effettiva dei medici italiani sull’argomento non sembra aver tenuto il passo con la normativa. Sono ancora pochi i medici realmente esperti di cannabis medica, tanto che spesso i pazienti devono rivolgersi a specialisti dedicati per ottenere un piano terapeutico adeguato.

Ostacoli normativi, scientifici e culturali

Quali sono le cause di questa incertezza tra i camici bianchi italiani? Gli ostacoli possono essere di natura diversa.

Per decenni la ricerca sui cannabinoidi è stata frenata da restrizioni legali, sia in Italia sia a livello internazionale. Questo ha prodotto una relativa scarsità di studi clinici robusti per alcune indicazioni, alimentando l’incertezza. Non esistono ancora protocolli unificati emanati dal Ministero della Salute o dalle principali società scientifiche che dettaglino come e quando usare la cannabis medica, lasciando molto del lavoro alla sensibilità e all’esperienza del singolo medico.

Forse, però, la barriera più difficile da superare è quella dei pregiudizi. In Italia persiste una ritrosia culturale verso la cannabis in ambito sanitario: la stragrande maggioranza dei medici tradizionalmente si è avvicinata con estrema cautela – se non diffidenza – a questo farmaco, percepito più come una sostanza d’abuso che come un’opzione terapeutica. Questo atteggiamento conservativo ha di fatto ritardato l’applicazione clinica della cannabis terapeutica per anni, con conseguenze negative per i pazienti che avrebbero potuto beneficiarne. Alcuni medici poco informati arrivano perfino a sconsigliare o rifiutare una terapia cannabinoide anche quando sarebbe adatta, creando il paradosso di negare ai pazienti ciò che la legge consente.

Cosa dicono i dati

Oltre alle evidenze aneddotiche, emergono anche dati sistematici sulla preparazione dei medici italiani. Un importante sondaggio nazionale condotto nel 2021 ha coinvolto oltre 400 oncologi e medici palliativisti italiani, per sondarne conoscenze e atteggiamenti verso la cannabis terapeutica in ambito oncologico. I risultati hanno rivelato lacune conoscitive rilevanti: ad esempio, solo il 14% dei partecipanti era stato in grado di indicare correttamente il riferimento normativo vigente che regola la prescrizione di cannabis medica in Italia. Ciò significa che persino tra i medici più coinvolti nel trattamento dei sintomi (dolore, nausea, ecc.) vi è confusione sulle regole e sulle modalità di accesso a questi farmaci.

Gli autori dello studio italiano del 2021 sottolineano infatti un punto cruciale: esiste un “divario significativo tra atteggiamenti personali, livelli di prescrizione effettivi e conoscenze reali sulla cannabis medica” tra i professionisti. Questa discrepanza porta alla luce un problema da affrontare attraverso la costruzione di programmi educativi mirati e linee guida nazionali che superino approcci personali e forniscano un metodo unificato basato sulle evidenze.

Come colmare il divario di conoscenze

Se c’è un elemento che accomuna l’esperienza americana e quella italiana, è l’importanza cruciale della formazione continua per i professionisti sanitari. Fortunatamente, oggi in Italia esistono risorse dedicate per istruire e aggiornare i camici bianchi su questo tema emergente.

Ad esempio, CLINN Academy+ offre un catalogo di corsi accreditati rivolti a medici e altri operatori sanitari, sviluppati in collaborazione con esperti del settore. Tali corsi permettono di approfondire sia i fondamenti teorici che le applicazioni cliniche nelle varie specialità: dal dolore cronico neuropatico, all’oncologia e cure palliative, fino alle patologie neurologiche o ginecologiche. Un modulo specifico copre anche linee guida, dosaggi e controindicazioni, fornendo ai partecipanti indicazioni pratiche su come integrare la cannabis nelle terapie in modo sicuro e appropriato.

Da sottolineare l’apertura internazionale di queste iniziative: CLINN ha stretto una collaborazione con la Society of Cannabis Clinicians – prestigiosa associazione internazionale di medici esperti in cannabinoidi – per garantire ai professionisti italiani l’accesso a risorse scientifiche e formative di alto livello mondiale. Ciò significa poter attingere all’esperienza accumulata in altri Paesi e ai più recenti risultati della ricerca globale sul tema. Con lo stesso spirito, di recente è stata avviata la collaborazione con Materia Medica Processing – primi produttori in Italia di farmaci a base di Cannabis Terapeutica – che ha scelto proprio CLINN come partner per la formazione scientifica e clinica dei professionisti sanitari: una sinergia che unisce la conoscenza approfondita del prodotto all’esperienza medica sul campo, condizione essenziale per un uso sicuro, efficace e basato sulle evidenze scientifiche.

La formazione continua svolge dunque un duplice ruolo. Da un lato, risponde all’esigenza immediata manifestata da molti medici di colmare le proprie lacune e sentirsi più sicuri nel discutere di cannabis con i pazienti. Dall’altro, contribuisce a creare nel tempo una “cultura” medica della cannabis terapeutica, riducendo stigma e pregiudizi.

Domande frequenti

Che cosa emerge dagli studi sulla preparazione dei professionisti sanitari?
Una revisione di 41 studi statunitensi descrive una diffusa sensazione di inadeguatezza nel discutere la cannabis medica. Anche in Italia, un sondaggio del 2021 su oltre 400 oncologi e palliativisti ha rilevato importanti lacune normative.
Perché la possibilità legale di prescrivere non coincide con una pratica diffusa?
L’articolo attribuisce il divario a formazione universitaria insufficiente, evidenze non omogenee per tutte le indicazioni, assenza di protocolli unificati e persistenti pregiudizi culturali. Molti pazienti devono quindi cercare professionisti con esperienza specifica.
Quali differenze di atteggiamento esistono tra le specialità mediche?
Negli studi citati oncologi, palliativisti e specialisti del dolore risultano generalmente più favorevoli; pediatri e ginecologi sono più cauti, soprattutto in gravidanza e infanzia. Esperienza clinica e contesto normativo sembrano aumentare familiarità e sicurezza.
Come può un medico rispondere correttamente a un paziente interessato?
Può raccogliere obiettivi, diagnosi, terapie provate e farmaci concomitanti, chiarire limiti delle evidenze e valutare rischi e alternative. Se non possiede competenze specifiche, è appropriato indirizzare il paziente a un professionista formato senza interrompere il dialogo.
Quali contenuti dovrebbe includere una formazione clinica efficace?
Normativa, selezione dei pazienti, evidenze per indicazione, controindicazioni, interazioni, preparazioni, titolazione, monitoraggio e farmacovigilanza. L’articolo sottolinea anche il valore di casi clinici, aggiornamento continuo e collaborazione tra medici e farmacisti.