Approfondimento ·

Il CBD contro le infiammazioni intestinali

A stabilirlo è uno studio condotto da un gruppo di ricercatori italiani

Pubblicato il
31 Maggio 2021
In sintesi
  • Uno studio italiano ha valutato estratti di Cannabis sativa e cannabinoidi isolati in modelli di epitelio gastrointestinale, concentrandosi su permeabilità della barriera e infiammazione. Il CBD è risultato il composto più promettente, con attività antiossidanti, antinfiammatorie e immunomodulanti osservate in vitro e in animali. Sono evidenze precliniche, non prova di efficacia nelle malattie intestinali umane.

Contro le condizioni infiammatorie intestinali il cannabidiolo (CBD) potrebbe essere uno dei più promettenti rimedi. A stabilirlo è uno studio condotto da un gruppo di ricercatori italiani di varie università, che ha indagato gli effetti di diversi composti della cannabis.

La malattia interessa il tratto gastrointestinale e può influenzare tutti gli aspetti della vita dei pazienti in modo serio. L’incidenza delle condizioni infiammatorie sta aumentando, stando a quanto specifica la ricerca, in particolar modo “nei paesi industrializzati di tutto il mondo”. Ma l’attuale terapia, spiegano gli scienziati, mira alla “soppressione del sistema immunitario” tramite farmaci che, però, presentano effetti collaterali anche gravi. Questo ha spinto gli studiosi a cercare nuovi approcci terapeutici.

In questo panorama, particolare interesse ha assunto la Cannabis sativa, usata tradizionalmente per trattare questo tipo di disturbi. La sua efficacia è stata limitata dagli effetti psicoattivi dovuti alla presenza del THC. Il CBD, però, non ha proprietà psicoattive. Per questo, i ricercatori italiani si sono posti come obiettivo quello di “indagare gli effetti di diversi composti isolati di C. sativa” su modelli di epitelio gastrointestinale, che rappresenta una barriera tra il corpo e l’ambiente esterno. “Lo scopo principale di questo lavoro- sottolineano gli scienziati italiani- è quindi quello di indagare le potenzialità degli estratti di C. sativa e dei suoi principali cannabinoidi nel controllo delle alterazioni della permeabilità della barriera intestinale e dell’infiammazione intestinale”.

I risultati mostrano come, tra i composti della cannabis, il cannabidiolo sia risultato il più efficace. I dati, infatti, hanno dimostrato che il CBD è in grado di esercitare “una vasta gamma di azioni farmacologiche benefiche sulle funzioni gastrointestinali, che vanno dalle attività antiossidanti a quelle antinfiammatorie e immunomodulatorie descritte sia in vitro che in modelli animali di infiammazione acuta e cronica”. Questo studio dimostra le potenzialità del componente non psicoattivo della cannabis anche nelle condizioni infiammatorie intestinali.

Domande frequenti

Qual era l’obiettivo dello studio sul CBD e l’intestino?
Lo studio mirava a valutare come estratti di cannabis e cannabinoidi isolati influenzassero le alterazioni della permeabilità della barriera intestinale e i processi infiammatori in modelli di epitelio gastrointestinale.
Quale composto è risultato più promettente?
Tra i composti analizzati, il CBD è stato descritto come il più efficace nei modelli utilizzati, mostrando attività antiossidanti, antinfiammatorie e immunomodulanti.
Perché il CBD suscitava interesse rispetto al THC?
L’articolo sottolinea che il CBD non produce gli effetti psicoattivi tipici del THC. Questa caratteristica lo rendeva un candidato da studiare per possibili applicazioni gastrointestinali, senza però dimostrarne automaticamente sicurezza o efficacia clinica.
Il CBD è una terapia dimostrata per morbo di Crohn o colite ulcerosa?
Le evidenze precliniche riportate non bastano a considerarlo una terapia dimostrata o sostitutiva. Le malattie infiammatorie intestinali richiedono diagnosi, monitoraggio e trattamenti specialistici; eventuali cannabinoidi devono essere discussi con il gastroenterologo.
Quali esiti dovrebbe misurare uno studio clinico sul CBD nelle malattie intestinali?
Dovrebbe distinguere sollievo dei sintomi e controllo dell’infiammazione, valutando remissione clinica ed endoscopica, biomarcatori, qualità di vita, necessità di steroidi, eventi avversi e interazioni. Un miglioramento percepito non prova da solo la guarigione della mucosa.