Approfondimento ·

Tutti i benefici della cannabis terapeutica

Dal trattamento del dolore cronico all'aiuto nella lotta al cancro

Revisione medica
Pubblicato il
23 Luglio 2021
In sintesi
  • I principali ambiti studiati per la cannabis medica sono: spasticità nella sclerosi multipla, dolore cronico, nausea e vomito da terapie oncologiche e perdita di appetito. Esistono filoni ancora sperimentali su tumori, glaucoma, Alzheimer, infiammazioni intestinali, danno cerebrale e artrite.

Il Ministero della Salute ha previsto l’impiego della cannabis per uso medico in specifiche condizioni cliniche, tra cui il dolore cronico, la nausea e il vomito associati a chemioterapia, radioterapia o terapie per l’HIV, la stimolazione dell’appetito in presenza di cachessia, anoressia o perdita dell’appetito associata a patologie oncologiche o all’AIDS, la spasticità associata a sclerosi multipla o lesioni del midollo spinale e altre indicazioni previste dalla normativa. In generale, la cannabis per uso medico viene considerata un trattamento sintomatico di supporto, quando le terapie convenzionali non hanno prodotto risultati sufficienti o non sono adeguatamente tollerate.

Sclerosi Multipla

La cannabis terapeutica può contribuire a ridurre alcuni sintomi della sclerosi multipla, in particolare la spasticità, gli spasmi e il dolore associato. Le evidenze disponibili indicano un possibile beneficio soprattutto con preparazioni contenenti THC e CBD, anche se l’entità della risposta può variare da paziente a paziente.

In Italia, il Ministero della Salute ha previsto l’impiego della cannabis per uso medico come trattamento sintomatico di supporto, mentre nel 2013 è stato introdotto Sativex, medicinale a base di THC e CBD specificamente indicato per la spasticità da moderata a grave associata alla sclerosi multipla, quando altri trattamenti antispastici non risultano sufficientemente efficaci.

Dolore cronico

Già nel 2017, un rapporto delle National Academies of Sciences, Engineering and Medicine aveva analizzato le evidenze disponibili sui possibili benefici della cannabis e dei cannabinoidi nel dolore cronico. Il report ha rilevato evidenze conclusive o sostanziali di un effetto dei cannabinoidi sulla riduzione del dolore in alcune condizioni cliniche.

Anche la ricerca successiva ha continuato a evidenziare un possibile ruolo dei cannabinoidi nella gestione di alcune forme di dolore cronico, come quello neuropatico, soprattutto come trattamento integrativo. In Italia, è possibile ricorrere alla cannabis terapeutica per il trattamento del dolore cronico quando le terapie convenzionali risultano inefficaci o non adeguatamente tollerate, secondo quanto previsto dalla normativa vigente.

Nausea e vomito

La cannabis e i cannabinoidi sono stati studiati anche in relazione alla nausea e al vomito causati da radioterapia e chemioterapia, soprattutto quando i trattamenti antiemetici convenzionali non risultano sufficientemente efficaci. Diversi studi hanno evidenziato un’attività antiemetica dei cannabinoidi, in particolare dei medicinali a base di THC e di suoi analoghi, con possibili benefici anche sull’appetito.

Negli Stati Uniti, inoltre, la Food and Drug Administration ha approvato alcuni medicinali a base di cannabinoidi sintetici, tra cui dronabinol e nabilone, per specifiche indicazioni legate alla nausea e al vomito associati alla chemioterapia. Anche in Italia, l’impiego della cannabis per uso medico può essere preso in considerazione per il controllo di nausea e vomito associati a chemioterapia, radioterapia o terapie per l’HIV, quando le terapie convenzionali non risultano efficaci.

Tumori

Il possibile ruolo dei cannabinoidi in ambito oncologico è oggetto di crescente interesse scientifico e diversi studi di laboratorio ne hanno evidenziato potenziali effetti sulle cellule tumorali.

Nel 2007, per esempio, un gruppo di ricercatori di San Francisco ha studiato le potenzialità del cannabidiolo (CBD), osservando in cellule di carcinoma mammario aggressivo una riduzione dell’espressione di fattori associati alla capacità invasiva e metastatica delle cellule tumorali.

Successivamente, nel 2014, altri studi hanno analizzato l’azione di THC e CBD sul glioma, osservando in modelli di laboratorio che la combinazione dei cannabinoidi con la radioterapia poteva aumentare la risposta delle cellule tumorali alle radiazioni.

Questi risultati sono interessanti e contribuiscono a spiegare perché i cannabinoidi siano oggetto di ricerca in oncologia, ma derivano soprattutto da studi preclinici e non consentono ancora di affermare un’efficacia antitumorale diretta della cannabis nell’uomo. Al di là degli effetti sintomatici, come quelli sul dolore e sulla nausea, il possibile impiego dei cannabinoidi come trattamento complementare alle terapie oncologiche rimane pertanto un importante ambito di ricerca.

Salute oculare

Già dagli anni ’70, alcuni studi avevano mostrato che la cannabis e i cannabinoidi potevano ridurre temporaneamente la pressione intraoculare, uno dei principali fattori di rischio associati al glaucoma. L’effetto è stato osservato con diverse modalità di somministrazione e ha alimentato l’interesse verso il possibile ruolo del sistema endocannabinoide nella fisiologia dell’occhio.

Il principale limite è rappresentato dalla durata non sempre omogenea del beneficio e dai possibili effetti indesiderati, che ne hanno ridotto l’utilità come trattamento convenzionale del glaucoma. Le evidenze disponibili continuano tuttavia a sostenere l’interesse per il sistema endocannabinoide come possibile bersaglio farmacologico, anche in relazione a meccanismi di neuroprotezione, in forme di malattia farmaco-resistenti.

Alzheimer

Alcuni studi di laboratorio hanno evidenziato possibili effetti dei cannabinoidi sui meccanismi biologici coinvolti nella malattia di Alzheimer. Uno studio del 2006, per esempio, aveva osservato che il THC poteva inibire l’attività dell’enzima acetilcolinesterasi e interferire con l’aggregazione del beta-amiloide in modelli sperimentali, uno dei processi associati alla patologia.

Questi risultati hanno contribuito a suscitare interesse verso un possibile ruolo neuroprotettivo dei cannabinoidi, ma non dimostrano ad oggi che la cannabis terapeutica possa rallentare la progressione dell’Alzheimer nell’uomo. La ricerca clinica sta tuttavia valutando il possibile impiego dei cannabinoidi soprattutto per alcuni sintomi comportamentali e neuropsichiatrici associati alle malattie neurodegenerative, tra cui agitazione e disturbi del sonno, con risultati preliminari interessanti.

Infiammazioni intestinali

La possibile interazione tra sistema endocannabinoide e apparato gastrointestinale è stata studiata da diversi gruppi di ricerca. Studi preclinici e alcune osservazioni cliniche suggeriscono un possibile ruolo dei cannabinoidi nella modulazione dell’infiammazione e, soprattutto, di alcuni sintomi delle malattie infiammatorie intestinali.

Nel 2009, alcuni studiosi britannici avevano già evidenziato il possibile coinvolgimento del sistema endocannabinoide nella regolazione delle funzioni intestinali, ipotizzando un potenziale ruolo dei cannabinoidi nelle malattie infiammatorie intestinali, tra cui colite ulcerosa e morbo di Crohn. Le ricerche successive hanno continuato a esplorare gli effetti di THC e CBD sulla motilità, sull’infiammazione e sulla sintomatologia intestinale. Ad oggi, l’interesse clinico riguarda soprattutto il possibile controllo di sintomi come dolore, diarrea e perdita dell’appetito.

Danno cerebrale

La cannabis e il sistema endocannabinoide sono stati studiati anche per il loro possibile ruolo neuroprotettivo, sulla base di risultati ottenuti soprattutto in modelli sperimentali di trauma cranico, ictus e altre forme di danno cerebrale.

Uno studio del 2002 aveva evidenziato il coinvolgimento degli endocannabinoidi nei meccanismi di risposta al trauma cerebrale, mentre studi successivi in modelli animali hanno osservato possibili effetti favorevoli sulla neuroinfiammazione, sull’edema cerebrale e sul recupero neurologico.

Questi risultati sono particolarmente interessanti dal punto di vista della ricerca, perché suggeriscono un possibile ruolo del sistema endocannabinoide nei meccanismi di protezione e riparazione del tessuto nervoso. Tuttavia, le evidenze cliniche nell’uomo sono ancora insufficienti per stabilire un’efficacia terapeutica della cannabis dopo un trauma cranico o un ictus.

Artrite reumatoide

I cannabinoidi sono stati studiati anche in relazione alle malattie infiammatorie croniche come l’artrite reumatoide. In particolare, alcune ricerche hanno evidenziato un possibile effetto del CBD sulla modulazione dell’infiammazione e sull’attività di cellule coinvolte nel danno articolare.

Una ricerca condotta da un gruppo tedesco ha analizzato gli effetti del CBD sui fibroblasti sinoviali dell’artrite reumatoide, osservando una riduzione della produzione di alcuni mediatori pro-infiammatori, tra cui IL-6, IL-8 e MMP-3.

Questi risultati suggeriscono un possibile interesse del CBD come modulatore dei processi infiammatori e contribuiscono a spiegare l’attenzione della ricerca verso il suo possibile impiego nelle patologie articolari.

 

Riferimenti bibliografici: 

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Revisione medica a cura di

Comitato Scientifico CLINN

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