Approfondimento ·

La cannabis come antinfiammatorio naturale

Le evidenze scientifiche delle potenzialità antinfiammatorie dei cannabinoidi

Revisione medica
Pubblicato il
8 Ottobre 2021
In sintesi
  • Cannabinoidi e cannaflavine mostrano attività antinfiammatoria in studi di laboratorio e alcuni dati clinici sostengono un ruolo nel dolore cronico. Sono necessari ulteriori studi, ma i dati sono promettenti.

Il cannabidiolo (CBD), uno dei principali cannabinoidi presenti nella cannabis, è sempre più al centro dell’interesse della comunità scientifica per le sue possibili proprietà antinfiammatorie. Negli ultimi anni, numerosi studi hanno evidenziato il potenziale del CBD e di altri composti della cannabis nella modulazione dei processi infiammatori, suggerendo possibili applicazioni in diverse condizioni caratterizzate da dolore e infiammazione cronica.

Più efficace dell’aspirina?

Nel 2019, una ricerca dell’Università di Guelph, in Canada, pubblicata sulla rivista Phytochemistry, ha approfondito le proprietà di due molecole presenti nella cannabis, la cannaflavina A e la cannaflavina B. Gli studiosi hanno osservato che questi composti possiedono una significativa attività antinfiammatoria e potrebbero agire direttamente su alcuni meccanismi coinvolti nella risposta infiammatoria.

I risultati hanno attirato particolare attenzione perché le cannaflavine hanno mostrato, in modelli sperimentali, un’attività biologica addirittura superiore rispetto a quella dell’aspirina su specifici mediatori dell’infiammazione. Sebbene questi dati derivino principalmente da studi di laboratorio e richiedano ulteriori conferme cliniche, rappresentano un’interessante indicazione del potenziale terapeutico di alcuni componenti della cannabis.

Un aspetto particolarmente interessante è che le cannaflavine non possiedono effetti psicoattivi e non sembrano associate a fenomeni di dipendenza, caratteristiche che ne rendono promettente l’approfondimento scientifico.

Le altre evidenze scientifiche

L’interesse per le proprietà antinfiammatorie dei cannabinoidi non è recente. Già negli anni ’80 alcuni studi avevano evidenziato il possibile coinvolgimento di questi composti nella regolazione dei processi infiammatori. Successivamente, la scoperta e la progressiva comprensione del sistema endocannabinoide hanno fornito nuove basi biologiche per spiegare tali effetti.

Nel 2017, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato una revisione sul CBD, evidenziandone il favorevole profilo di sicurezza e il potenziale interesse terapeutico. Da allora, il numero di studi dedicati ai cannabinoidi è cresciuto in modo significativo.

Diverse revisioni della letteratura scientifica hanno esaminato il possibile impiego dei cannabinoidi nel dolore cronico e nelle condizioni caratterizzate da infiammazione persistente. I risultati suggeriscono che il CBD e altri cannabinoidi possano contribuire alla modulazione della risposta infiammatoria e al controllo di alcuni sintomi correlati, anche se l’entità del beneficio può variare in base alla patologia considerata e alle caratteristiche del paziente.

Anche in Italia diversi gruppi di ricerca hanno approfondito il ruolo del sistema endocannabinoide e dei cannabinoidi nella regolazione dell’infiammazione. I dati disponibili supportano l’ipotesi che il CBD possa rappresentare un utile strumento complementare nella gestione di alcune condizioni infiammatorie.

Nel complesso, le evidenze scientifiche attualmente disponibili delineano un quadro incoraggiante e suggeriscono che il CBD possa avere un ruolo interessante nella modulazione dell’infiammazione e del dolore, soprattutto nell’ambito di strategie terapeutiche integrate.

Gli effetti collaterali dei fans

Uno dei motivi che ha alimentato l’interesse verso il CBD riguarda il suo profilo di tollerabilità. Gli studi clinici disponibili indicano infatti che il cannabidiolo è generalmente ben tollerato, con effetti indesiderati generalmente lievi o moderati e spesso gestibili attraverso un adeguato monitoraggio medico.

I farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS), tra cui l’ibuprofene, rappresentano da decenni uno dei principali strumenti per il trattamento del dolore e dell’infiammazione. Sebbene siano generalmente sicuri quando utilizzati correttamente, il loro impiego prolungato può essere associato a effetti indesiderati gastrointestinali, cardiovascolari e renali, soprattutto nei soggetti più fragili o in presenza di altre patologie.

Per questo motivo, il possibile impiego dei cannabinoidi come supporto nella gestione del dolore e dell’infiammazione continua a suscitare interesse nella comunità scientifica.

Sebbene siano necessari ulteriori studi per definire con maggiore precisione il suo ruolo nella pratica clinica, il CBD rappresenta oggi una delle molecole più promettenti tra quelle studiate per il controllo di sintomi associati a stati infiammatori cronici e condizioni dolorose persistenti.

 

Riferimenti bibliografici: 

Anil, S. M., Peeri, H., & Koltai, H. (2022). Medical cannabis activity against inflammation: active compounds and modes of action. Frontiers in pharmacology, 13, 908198.

Klein, T. W. (2005). Cannabinoid-based drugs as anti-inflammatory therapeutics. Nature Reviews Immunology, 5(5), 400-411.

Rea, K. A., Casaretto, J. A., Al-Abdul-Wahid, M. S., Sukumaran, A., Geddes-McAlister, J., Rothstein, S. J., & Akhtar, T. A. (2019). Biosynthesis of cannflavins A and B from Cannabis sativa L. Phytochemistry, 164, 162-171.

Domande frequenti

Che cosa sono cannaflavina A e B?
Flavonoidi prodotti dalla cannabis, studiati per la capacità di inibire vie infiammatorie senza essere psicoattivi.
Quali sono i rischi dei FANS?
Sono generalmente sicuri, ma un uso prolungato può causare disturbi gastrointestinali, ulcera o sanguinamento, problemi renali, ritenzione o pressione e altri effetti.
Revisione medica a cura di

Comitato Scientifico CLINN

Vedi profilo →