Cannabis terapia nel carcinoma prostatico
- La cannabis terapeutica non costituisce una terapia antitumorale e non sostituisce in alcun modo i trattamenti oncologici convenzionali (come chirurgia, radioterapia, chemioterapia o terapia ormonale), i quali rappresentano gli unici presidi in grado di agire sulla malattia.
Il cancro alla prostata è una patologia oncologica che si sviluppa nell’omonima ghiandola dell’apparato genito-urinario maschile, situata sotto la vescica e davanti al retto. Nella maggior parte dei casi si tratta di un adenocarcinoma, che origina dalle cellule ghiandolari della prostata.
Il tumore è caratterizzato da una crescita anomala delle cellule prostatiche e rappresenta una delle neoplasie più frequentemente diagnosticate nella popolazione maschile. Nelle fasi iniziali può essere asintomatico e, in alcuni casi, la malattia può essere diagnosticata quando è già estesa oltre la prostata.
Con l’aumento delle dimensioni o la progressione della malattia possono comparire disturbi come difficoltà a urinare, aumento della frequenza della minzione o, meno frequentemente, dolore durante la minzione. Possono inoltre verificarsi alterazioni della funzione sessuale, tra cui difficoltà nell’eiaculazione, e dolore nella regione pelvica o in altre sedi, soprattutto nelle forme più avanzate.
La valutazione diagnostica può comprendere il dosaggio ematico del PSA (Antigene Prostatico Specifico), l’esplorazione rettale, esami di imaging e, quando indicato, la biopsia prostatica. Il percorso diagnostico viene stabilito sulla base del quadro clinico e dei risultati degli esami.
La maggior parte dei tumori della prostata è costituita da adenocarcinomi. Esistono anche forme meno comuni, tra cui tumori neuroendocrini, carcinomi a piccole cellule e altre varianti istologiche, alcune delle quali possono presentare un comportamento più aggressivo. Ogni forma può avere caratteristiche biologiche differenti e richiedere approcci terapeutici specifici.
I fattori di rischio
L’età costituisce uno dei principali fattori di rischio e la probabilità di sviluppare un tumore della prostata aumenta con l’avanzare degli anni. Anche la storia familiare riveste un ruolo importante: avere un parente di primo grado con un tumore della prostata è associato a un aumento del rischio, che può essere particolarmente rilevante quando la diagnosi è avvenuta in giovane età o sono presenti più familiari affetti.
Un ulteriore fattore di rischio è rappresentato dalla presenza di determinate alterazioni genetiche ereditarie, tra cui quelle a carico dei geni BRCA1, BRCA2 e di altri geni coinvolti nella riparazione del DNA.
Gli androgeni, tra cui il testosterone, hanno inoltre un ruolo importante nella biologia del tumore prostatico, poiché molti tumori della prostata dipendono inizialmente dalla segnalazione androgenica per la propria crescita. Sono state inoltre osservate associazioni tra rischio di tumore della prostata, sovrappeso e obesità, mentre il ruolo specifico di alcuni fattori alimentari e dello stile di vita è tuttora oggetto di ricerca.
I trattamenti
I trattamenti per il cancro alla prostata variano in base alle caratteristiche biologiche del tumore, allo stadio della malattia e alle condizioni generali del paziente. Tra le principali opzioni terapeutiche possiamo menzionare la chirurgia, come la prostatectomia radicale, e la radioterapia, che può essere somministrata mediante fasci esterni oppure attraverso la brachiterapia, che consiste nell’inserimento nella prostata di piccole sorgenti radioattive.
La terapia ormonale, detta anche terapia di deprivazione androgenica (ADT), è un’importante opzione nel trattamento delle forme localmente avanzate e metastatiche e può essere associata alla radioterapia in determinati casi. Il suo obiettivo è ridurre la produzione degli androgeni o impedirne l’azione sulle cellule tumorali. Nel corso della malattia alcuni tumori possono sviluppare una resistenza alla deprivazione androgenica, dando origine al cosiddetto carcinoma prostatico resistente alla castrazione.
In alcuni casi si può ricorrere alla chemioterapia, soprattutto nelle forme avanzate o metastatiche, mentre sono disponibili anche terapie mirate, farmaci che agiscono sulla segnalazione del recettore degli androgeni, radioligandi e altre strategie terapeutiche. La scelta dipende dalle caratteristiche individuali della malattia e può prevedere la combinazione di più trattamenti.
Vi sono inoltre la sorveglianza attiva e la vigile attesa per pazienti selezionati. Nel caso della sorveglianza attiva, il trattamento viene inizialmente rinviato mantenendo un monitoraggio regolare e intervenendo qualora emergano segni di progressione. Questa strategia può essere particolarmente appropriata per alcune forme localizzate a basso rischio.
Il ruolo della cannabis terapeutica nel supporto ai sintomi
La cannabis terapeutica non costituisce una terapia antitumorale e non sostituisce in alcun modo i trattamenti oncologici convenzionali (come chirurgia, radioterapia, chemioterapia o terapia ormonale), i quali rappresentano gli unici presidi in grado di agire sulla malattia.
In ambito oncologico, l’impiego della cannabis medica è integrato esclusivamente come trattamento sintomatico e di supporto (palliativo). Il suo utilizzo può essere valutato dal medico prescrittore per aiutare a gestire alcuni disturbi o effetti collaterali associati alla patologia o alle terapie oncologiche stesse, tra cui:
- Il controllo del dolore (oncologico o neuropatico) resistente alle terapie convenzionali;
- La riduzione della nausea e del vomito indotti da trattamenti come la chemioradioterapia;
- La stimolazione dell’appetito e il contrasto alla perdita di peso (inappetenza/cachessia).
Ogni eventuale integrazione della cannabis terapeutica deve essere accuratamente valutata e prescritta da un medico specialista, all’interno di un piano terapeutico personalizzato e concordato con l’équipe oncologica di riferimento.
Alfieri Pierluigi
Medico Chirurgo, Ematologo, esperto in terapia del dolore