Linalolo, caratteristiche e benefici per la salute
Il Linalolo è un terpene comunemente presente in una varietà di piante e fiori. È un componente predominante negli oli essenziali di lavanda, bergamotto e geranio, solo per citarne alcuni. La concentrazione del Linalolo varia a seconda della pianta: è maggiormente presente nella lavanda, dove può attestarsi tra il 20% e il 40%. Dal punto di vista chimico, il Linalolo ha la formula C10H18O. La sua struttura molecolare consiste in un anello e una lunga catena, rendendolo un alcool terpenico. Ha un punto di ebollizione di circa 198°C e si solubilizza bene in alcol, ma meno in acqua. Trova diverse applicazioni:
Industriali: grazie alle sue proprietà aromatiche, il Linalolo è spesso utilizzato come ingrediente chiave in molti profumi e prodotti cosmetici. Alcuni profumi famosi che contengono Linalolo sono Chanel N°5 e Joy di Jean Patou. Il Linalolo viene anche utilizzato nell’industria alimentare, principalmente come aroma, conferendo un sapore dolce e fiorito.
Terapeutiche: Diversi studi hanno dimostrato che il Linalolo ha proprietà antinfiammatorie e calmanti. Questo lo rende utile in prodotti destinati a calmare irritazioni cutanee o in aromaterapia come agente rilassante.
Benefici Terapeutici e Farmacologici
Oltre ad essere noto per le sue caratteristiche aromatiche, il Linalolo è stato ampiamente studiato per i suoi potenziali benefici terapeutici e farmacologici. La sua presenza in numerosi oli essenziali, che tradizionalmente sono stati utilizzati per vari trattamenti, ne sottolinea l’importanza.
Effetti sul sistema nervoso: gli studi hanno dimostrato che il Linalolo ha proprietà sedative e ansiolitiche. Queste caratteristiche sono state osservate in vari modelli animali, dove l’assunzione di Linalolo ha portato ad una diminuzione dell’attività motoria e un effetto calmante. Si ritiene che il Linalolo influenzi i recettori GABA nel cervello, un neurotrasmettitore chiave implicato nella regolazione dell’eccitabilità neuronale. Pertanto, potrebbe avere un potenziale nel trattamento di disturbi come l’ansia e l’insonnia.
Proprietà antinfiammatorie: diversi studi hanno indicato che possiede proprietà antinfiammatorie. Questo è particolarmente rilevante nel contesto delle malattie infiammatorie croniche, come l’artrite. Gli studi suggeriscono che può inibire la produzione di mediatori pro-infiammatori, contribuendo così a ridurre l’infiammazione.
Analgesico: ha dimostrato di possedere proprietà analgesiche in vari studi, suggerendo un potenziale nel trattamento del dolore. Si ritiene che agisca sia attraverso i recettori del sistema nervoso centrale sia attraverso vie periferiche, rendendo possibile il suo uso come analgesico in diversi contesti.
Effetti antispasmodici: In alcuni modelli, ha mostrato di ridurre gli spasmi muscolari. Questo suggerisce un possibile impiego in condizioni caratterizzate da spasmi, come alcune forme di dispepsia o disturbi muscolari.
Potenziale neuroprotettivo: Sono in corso ricerche preliminari che esplorano il ruolo del Linalolo come agente neuroprotettivo. Ci sono indicazioni che potrebbe avere un ruolo nella protezione dei neuroni da fattori esterni dannosi, suggerendo un potenziale impiego in malattie come l’Alzheimer.
Proprietà antimicrobiche: Il Linalolo ha anche dimostrato di possedere proprietà antimicrobiche contro un’ampia gamma di batteri e funghi, rendendolo un candidato per lo sviluppo di agenti antimicrobici topici o per la conservazione.
Beta-Cariofilene: struttura, origine e implicazioni terapeutiche
Il Beta-cariofillene (β-cariofillene o BCP) è un sesquiterpene, ossia un composto formato da diverse unità di isoprene, che gli conferiscono una struttura molecolare distintiva rispetto a molti altri terpeni. È caratterizzato da una particolare struttura ciclica, piuttosto rara tra i composti naturali, che contribuisce alle sue proprietà chimiche e al suo interesse biologico.
Dove si trova il beta-cariofilene
Il Beta-cariofillene è comunemente presente in molte piante e alimenti di origine vegetale:
- Cannabis: può essere presente in concentrazioni variabili a seconda della varietà e rappresentare uno dei terpeni predominanti in alcuni chemiotipi.
- Chiodi di garofano: è uno dei principali componenti dell’olio essenziale e può raggiungere concentrazioni elevate.
- Pepe nero: è naturalmente presente nell’olio essenziale e contribuisce alle caratteristiche aromatiche della spezia.
- Rosmarino, luppolo e basilico: è presente generalmente in quantità variabili e inferiori rispetto ad alcune delle fonti sopra citate.
La concentrazione di Beta-cariofillene può variare considerevolmente in funzione della specie vegetale, della varietà, delle condizioni di coltivazione e dei processi di estrazione.
Proprietà terapeutiche
La letteratura scientifica ha evidenziato diverse proprietà biologiche associate al Beta-cariofillene, suscitando interesse per le sue possibili applicazioni in ambito terapeutico. Tra quelle maggiormente studiate:
Proprietà antinfiammatorie: numerosi studi preclinici hanno evidenziato la capacità del BCP di modulare alcuni processi coinvolti nella risposta infiammatoria. Questo effetto sembra essere strettamente collegato alla sua interazione con il recettore CB2 e potrebbe avere un potenziale interesse in condizioni caratterizzate da infiammazione cronica.
Proprietà analgesiche: diversi studi sperimentali hanno inoltre evidenziato un possibile effetto del BCP sulla percezione del dolore, compreso il dolore di natura neuropatica. I risultati ottenuti in modelli animali sono interessanti, anche se sono ancora necessari studi clinici per definire meglio l’efficacia nell’uomo.
Il Beta-cariofillene è stato inoltre studiato per le sue potenziali proprietà antiossidanti e neuroprotettive e per un possibile ruolo nella modulazione di alcuni meccanismi coinvolti nelle malattie neurodegenerative. Anche nell’ambito oncologico sono state osservate attività interessanti in modelli sperimentali. Si tratta tuttavia di risultati prevalentemente preclinici, che non consentono ancora di considerare il BCP un trattamento consolidato per queste patologie.
Come agisce con il sistema endocannabinoide
Una delle caratteristiche più interessanti del Beta-cariofillene è la sua capacità di interagire direttamente con il sistema endocannabinoide, in particolare attraverso il recettore CB2.
A differenza del THC, che esercita i suoi principali effetti psicoattivi attraverso il recettore CB1, il BCP agisce come agonista selettivo del CB2 e non determina gli effetti psicoattivi tipicamente associati all’attivazione del CB1. I recettori CB2 sono particolarmente espressi sulle cellule del sistema immunitario e sono coinvolti nella regolazione di numerosi processi infiammatori; sono inoltre presenti in diversi apparati dell’organismo. L’attivazione del recettore CB2 da parte del Beta-cariofillene può contribuire quindi a modulare la risposta infiammatoria e alcuni meccanismi coinvolti nella percezione del dolore. Questo particolare meccanismo d’azione ha reso il BCP una delle molecole di origine vegetale più interessanti nello studio del sistema endocannabinoide.
Il Beta-cariofillene rappresenta quindi un esempio particolarmente interessante di come alcuni terpeni presenti nelle piante possano interagire con il sistema endocannabinoide e influenzare processi biologici rilevanti. Le evidenze di laboratorio sono incoraggianti e suggeriscono possibili applicazioni future nell’ambito dell’infiammazione, del dolore e della neuroprotezione.
Riferimento bibliografico: Francomano, F., Caruso, A., Barbarossa, A., Fazio, A., La Torre, C., Ceramella, J., … & Sinicropi, M. S. (2019). β-Caryophyllene: a sesquiterpene with countless biological properties. Applied sciences, 9(24), 5420.
Recettori CB1 e CB2 del Sistema Endocannabinoide
Come abbiamo avuto occasione di ribadire in più occasioni, il Sistema Endocannabinoide è una componente chiave del nostro organismo che ha un ruolo fondamentale nella regolazione di molte funzioni fisiologiche, tra cui l’umore, l’appetito, il dolore e la memoria. Al centro di questo sistema ci sono i recettori CB1 e CB2. In questo articolo esploreremo in dettaglio il ruolo di questi recettori, fornendo una panoramica della loro struttura, funzione e importanza.
Struttura dei recettori cannabinoidi
I recettori dei cannabinoidi appartengono alla famiglia dei recettori accoppiati alle proteine G, una classe di proteine che modulano molte risposte cellulari. Sono costituiti da una catena polipeptidica formata da sette segmenti transmembrana che permette loro di interagire con il doppio strato lipidico della membrana cellulare.
Localizzazione e Funzione
Recettori CB1: si trovano principalmente nel sistema nervoso centrale, compresi il cervelletto, l’ippocampo e la corteccia cerebrale.
Funzioni:
- Regolazione dell’attività motoria, essenziale per movimenti coordinati.
- Modulazione delle funzioni cognitive e dei processi di memorizzazione.
- Gestione della percezione del dolore attraverso le vie del dolore nel cervello e nel midollo spinale.
Recettori CB2: si trovano principalmente nel sistema immunitario, come tonsille, milza e nelle cellule immunitarie. La loro presenza è stata anche segnalata in alcune aree del sistema nervoso centrale.
Funzioni:
- Ruolo nella risposta immunitaria, modulando l’infiammazione e la risposta alle infezioni.
- Studi recenti suggeriscono un ruolo nella gestione del dolore neuropatico, attraverso il rilascio di oppioidi endogeni.
Implicazioni Cliniche
I cannabinoidi agiscono su questi recettori per produrre una varietà di effetti. Ad esempio, la stimolazione dei recettori CB1 può causare effetti euforizzanti, ma è anche responsabile di effetti come l’analgesia e la riduzione dell’appetito. Grazie alla comprensione dei recettori CB1 e CB2, sono state sviluppate nuove strategie terapeutiche per affrontare condizioni come dolore cronico, epilessia, e persino malattie neurodegenerative. In particolar modo:
Dolore Cronico: I recettori CB1, situati nelle vie del dolore nel cervello e nel midollo spinale, giocano un ruolo chiave nella modulazione del dolore. La stimolazione di questi recettori può diminuire la percezione del dolore. I recettori CB2, presenti nel sistema immunitario, possono contribuire alla gestione dell’infiammazione, un fattore comune nelle condizioni di dolore cronico.
Epilessia: Studi hanno mostrato che i cannabinoidi possono ridurre la frequenza e la gravità delle crisi epilettiche. Questo è in parte dovuto alla loro capacità di modulare l’attività neuronale attraverso i recettori CB1.
Malattie Neurodegenerative: condizioni come il morbo di Alzheimer e il morbo di Parkinson presentano alterazioni nel sistema endocannabinoide. La stimolazione dei recettori CB1 può avere effetti neuroprotettivi, ritardando la progressione della malattia e migliorando la qualità della vita dei pazienti.
Disturbi dell’Appetito e del Peso: I cannabinoidi influenzano l’appetito stimolando i recettori CB1. Questo può avere potenziali applicazioni terapeutiche per condizioni come l’anoressia o la cachessia (perdita di peso grave associata a malattie croniche).
Malattie Autoimmuni: data la presenza di recettori CB2 nel sistema immunitario, i cannabinoidi possono modulare la risposta immunitaria, offrendo potenziali benefici in malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide e la sclerosi multipla.
Disturbi dell’Umore e dell’Ansia: I recettori CB1 sono coinvolti nella regolazione dell’umore. Cannabinoidi come il cannabidiolo (CBD) hanno dimostrato potenziale in studi preliminari per ridurre l’ansia e i sintomi depressivi.
Dipendenza e Uso di Sostanze: gli effetti modulatori dei cannabinoidi sui recettori CB1 possono avere un ruolo nel trattamento della dipendenza da oppioidi, riducendo i sintomi di astinenza e il craving.
In conclusione, possiamo dunque affermare che il Sistema Endocannabinoide – con i suoi recettori CB1 e CB2 – rappresenta una componente fondamentale della fisiologia umana. La ricerca continua ad esplorare il potenziale terapeutico offerto dai cannabinoidi, con l’obiettivo di fornire nuove soluzioni ai pazienti. Mentre il dibattito sul ruolo medico della cannabis continua, una cosa è certa: la scienza dietro ai recettori cannabinoidi ha molto da offrire al mondo della medicina.
PEA, un endocannabinoide indiretto
La Palmitoiletanolamide (PEA) è una molecola che sta attirando sempre più l’attenzione della comunità scientifica e medica per le sue proprietà uniche. Questa sostanza, che appartiene alla famiglia delle N-aciletanolamine, è considerabile un endocannabinoide indiretto, ovvero una molecola che, pur non legandosi direttamente ai recettori cannabinoidi CB1 e CB2, ne modula l’azione.
Origine e struttura della Pea
La PEA è una molecola a lunga catena di atomi di carbonio che combina un acido grasso, l’acido palmitico, con un gruppo etanolaminico. È naturalmente presente nell’organismo, dove viene prodotta in risposta a specifici stimoli fisiologici e patologici. La PEA è anche presente in alcuni alimenti, come la soia, il mais, il tuorlo d’uovo e il latte materno, sebbene in quantità molto piccole.
Alla luce delle più recenti evidenze scientifiche, la PEA ha dimostrato di possedere proprietà antinfiammatorie, analgesiche e neuroprotettive. Queste caratteristiche la rendono particolarmente interessante per il trattamento del dolore e dell’infiammazione.
Inoltre, studi preclinici hanno evidenziato che la PEA può attraversare la barriera emato-encefalica e questo dato, insieme alla presenza della molecola nel sistema nervoso centrale, ha contribuito a suscitare interesse per un suo possibile ruolo nella modulazione dei processi neuroinfiammatori e della percezione centrale del dolore.
Quando ha senso assumere un integratore di pea?
L’assunzione di PEA (Palmitoiletanolamide), di solito somministrata ad una dose variabile tra i 300 e i 1200 mg/die, può essere considerata in diverse situazioni, in particolare per il suo potenziale nel gestire il dolore e l’infiammazione.
Tuttavia, è importante notare che il suo utilizzo dovrebbe sempre essere discusso con un medico, in grado di fornire consigli personalizzati basati sulle condizioni di salute individuali, sui sintomi e sulle possibili interazioni con altri farmaci o integratori. Ha un suo razionale d’utilizzo in queste situazioni:
Gestione del dolore
La PEA ha dimostrato di avere proprietà analgesiche, il che significa che può aiutare a ridurre il dolore, sia quello neuropatico sia quello causato da processi infiammatori. Questo può includere il dolore cronico associato a condizioni come nevralgie, artrosi o fibromialgia, o il dolore acuto, come quello post-operatorio.
Salute del sistema nervoso
La PEA può attraversare la barriera emato-encefalica e quindi agire nel cervello. Questo potrebbe renderla utile nel trattamento integrativo di varie condizioni neurologiche o neuropsichiatriche caratterizzate da neuroinfiammazione. Di recente è stato esplorato il possibile ruolo della PEA nel coadiuvare il trattamento di depressione o ansia, sebbene le evidenze cliniche attuali siano ancora limitate.
Modulazione del sistema endocannabinoide
La PEA è un endocannabinoide indiretto, il che significa che può modulare l’azione dei cannabinoidi endogeni, sostanze prodotte naturalmente dal nostro corpo che svolgono un ruolo in molte funzioni fisiologiche, tra cui il controllo del dolore e del rilassamento.
Uso della Pea in combinazione con il cbd
L’abbinamento di Palmitoiletanolamide (PEA) e Cannabidiolo (CBD) potrebbe avere effetti sinergici benefici: entrambe le sostanze interagiscono con il sistema endocannabinoide, un sistema di comunicazione cellulare nel corpo che gioca un ruolo chiave nella regolazione di molte funzioni fisiologiche, tra cui il dolore, il tono dell’umore, il sonno, l’appetito e il sistema immunitario.
È bene sottolineare che la ricerca su questa combinazione specifica è ancora limitata e i risultati preliminari devono essere confermati da ulteriori studi.
Tutto quello che devi sapere sull’olio di CBD
L’olio di CBD ha guadagnato notorietà per le sue possibili applicazioni in ambito terapeutico e per il crescente interesse della ricerca scientifica. Estratto dalla pianta di Cannabis sativa, il CBD è uno dei tanti composti chimici (chiamati cannabinoidi) che si trovano nella canapa. A differenza del suo parente più conosciuto, il THC (tetraidrocannabinolo), il CBD non è associato agli effetti psicotropi tipici del THC e non produce il caratteristico “high” della cannabis.
A cosa serve l’olio di CBD?
Il CBD è utilizzato per diverse applicazioni terapeutiche. Grazie alle sue proprietà analgesiche, è spesso usato per gestire il dolore cronico. È altrettanto efficace per la gestione di una varietà di disturbi infiammatori, grazie alla sua capacità di stimolare i recettori del sistema endocannabinoide CB2, identificati come target dell’azione antinfiammatoria del CBD.
Studi scientifici hanno evidenziato un potenziale effetto antipsicotico del CBD, attualmente oggetto di ricerca. Inoltre, il CBD è stato analizzato per i suoi possibili effetti ansiolitici e il miglioramento sintomatico in condizioni cliniche come il disturbo d’ansia generalizzato o il disturbo post-traumatico da stress.
Oltre alle applicazioni sopra menzionate, l’olio di CBD ha una serie di altri benefici: ha proprietà neuroprotettive e può ridurre lo stress ossidativo a livello neuronale. Possiede anche proprietà antiemetiche, essendo efficace nel trattamento di sintomi come nausea e vomito. È noto, infine, per i suoi effetti calmanti e antistress.
L’olio di CBD può anche essere un ottimo rimedio integrativo per gli atleti, favorendo il recupero fisico dopo un duro allenamento o una prestazione intensa.
È stata infine dimostrata l’utilità per le persone anziane, aiutando a ridurre il dolore cronico associato a condizioni come l’artrosi oppure a diminuire i livelli di ansia.
Come si assume
La modalità più utilizzata per l’assunzione è attraverso il metodo sublinguale, applicandolo quindi sotto la lingua. È importante non mangiare, bere o fumare per cinque minuti prima e dopo l’assunzione per garantire un assorbimento ottimale.
Aiutandosi con uno specchio, si può posizionare la pipetta contenente l’olio sotto la lingua, una zona molto vascolarizzata, e lasciar cadere le gocce una alla volta. Le gocce devono essere trattenute in bocca per un paio di minuti per permettere al CBD di essere assorbito direttamente nel flusso sanguigno. Infine, dopo aver trattenuto l’olio, è possibile deglutire il residuo.
Differenza tra l’olio di CBD con e senza prescrizione medica
La distinzione tra l’olio di CBD con prescrizione medica e quello liberamente acquistabile online e nei negozi specializzati è cruciale e richiede un’attenzione particolare.
L’olio di CBD con prescrizione, noto anche come preparazione galenica, viene prodotto e distribuito in farmacia in conformità a rigidi protocolli di sicurezza e qualità. Queste misure assicurano che il CBD contenuto in tali preparazioni sia di alta qualità e che la sua concentrazione sia accuratamente calibrata. In questo caso, il CBD viene utilizzato per i suoi benefici terapeutici e deve essere prescritto e monitorato da un medico.
Al contrario, l’olio di CBD acquistabile ovunque senza prescrizione, non è soggetto a tali controlli rigorosi. Anche se questi prodotti sono legali e il loro contenuto di THC (il componente psicoattivo della cannabis) è limitato allo 0,2% per legge, non sempre forniscono gli stessi benefici terapeutici delle preparazioni prescritte. In linea generale, questi prodotti sono arricchiti con estratto di CBD, con l’intento di promuovere un senso di calma e relax, piuttosto che fornire specifici benefici terapeutici. Non dovrebbero quindi essere considerati sostituti dei farmaci prescritti da un medico.
Se stai valutando l’utilizzo del CBD per la gestione di una specifica condizione medica, è importante discuterne con uno specialista. Clicca qui per richiedere una valutazione preliminare gratuita con uno dei nostri specialisti.
Riferimento bibliografico: Peng, J., Fan, M., An, C., Ni, F., Huang, W., & Luo, J. (2022). A narrative review of molecular mechanism and therapeutic effect of cannabidiol (CBD). Basic & Clinical Pharmacology & Toxicology, 130(4), 439-456.
Chi utilizza cannabis terapeutica può donare sangue?
Le persone che seguono una terapia con cannabis terapeutica possono donare sangue? Considerando la diffusione sempre più capillare di pazienti che, in Italia, si vedono prescritti preparati contenenti cannabis nella formulazione e aventi finalità mediche, la domanda sopra riportata è molto frequente.
Lo è anche perché, dati alla mano, quello italiano è un popolo generoso che, anche in periodi a dir poco difficili come quello pandemico, ha dimostrato di essere altruista e di non tirarsi indietro quando si parla di un gesto come la donazione di sangue, fondamentale per il buon funzionamento della sanità.
Cannabis terapeutica in Italia: la situazione attuale
Nel nostro Paese esistono due tipologie di cannabis a uso medico e autorizzati dalla legge. Si tratta delle varietà FM1 e FM2. Con una produzione che parte dallo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, vengono distribuiti alle farmacie per la preparazione di farmaci galenici – termine tecnico che indica i medicinali preparati nel laboratorio della farmacia stessa – che possono essere venduti solo a seguito di una prescrizione medica.
L’importanza della donazione di sangue
La donazione di sangue è un gesto che, come accennato nel paragrafo precedente, è fondamentale in diversi casi. Indispensabile per l’efficienza dei servizi di primo soccorso e per l’esecuzione di molti interventi chirurgici, il sangue è sempre al centro dell’attenzione nella quotidianità degli ospedali e di altri contesti di cura.
Come sottolineato dagli esperti della Fondazione Veronesi, per coprire l’intero fabbisogno nazionale di globuli rossi ogni Regione italiana dovrebbe raggiungere, ogni anno, la quota di 40 donazioni ogni 1000 abitanti. Purtroppo, in alcuni periodi, si è fortemente sotto a questo limite.
Quando si parla dei benefici della donazione di sangue, è importante citare anche quelli riguardanti il donatore. Nel momento in cui si dà la propria disponibilità, infatti, si entra in un sistema che, con il fine di minimizzare il rischio di raccolta di sacche di sangue infetto, permette di effettuare un check up annuale gratuito.
Ricordiamo altresì che la donazione di sangue dà una preziosa spinta al metabolismo, che si trova a dover lavorare di più per dare vita a nuove cellule.
I requisiti? Età compresa tra i 18 e i 65 anni, peso minimo pari a 50 kg, assenza di patologie croniche, valori della pressione arteriosa nella norma. L’anamnesi del donatore viene approfondita attraverso un questionario che approfondisce diversi aspetti relativi alle sue abitudini (p.e. l’esposizione, a seguito di rapporti non protetti, a MTS come l’AIDS o l’epatite).
Donazione di sangue e assunzione di cannabis terapeutica: sono conciliabili?
L’assunzione di cannabis terapeutica non è un fattore che impedisce la donazione di sangue. Come mai? Perché avviene per vie diverse rispetto a quella intramuscolare ed endovenosa. Per precisione, facciamo presente che non possono accedere all’elenco dei donatori di sangue coloro i quali seguono un trattamento con farmaci come i corticosteroidi assunti attraverso le sopra citate modalità.
Dal momento che la cannabis entra nell’organismo per via inalatoria, orale o topica, non ci sono problemi.
Essenziale è tenere presenti alcuni aspetti. Innanzitutto, va rammentato che il medico trasfusionista ha sempre l’ultima parola in merito all’esecuzione o meno della trasfusione.
In secondo luogo, va considerata la centralità del buonsenso. Se si sta seguendo un piano terapeutico che prevede anche l’utilizzo del THC, è bene comunque parlarne con il medico di fiducia e valutare il da farsi. La stessa cautela dovrebbe essere adottata pure a seguito dell’assunzione di alcol. Anche se il sangue umano si rigenera in maniera estremamente rapida, bisogna mettersi sempre nell’ottica del fatto che, quello raccolto con le donazioni, è destinato a persone che in un determinato momento hanno problemi di salute.
I principali Terpeni della cannabis
I terpeni sono biomolecole aromatiche presenti in numerose piante e fiori. Sono tra i principali responsabili delle caratteristiche olfattive delle piante: basti pensare all’aroma del basilico, del timo o della menta, facilmente riconoscibile grazie al loro specifico profilo terpenico. In natura sono stati identificati migliaia di terpeni differenti. Nelle piante queste sostanze svolgono diverse funzioni biologiche, tra cui la difesa da parassiti e agenti patogeni e l’attrazione degli insetti impollinatori.
I terpeni nella cannabis
Anche i terpeni della cannabis sono oggetto di crescente interesse scientifico. La pianta produce infatti oltre un centinaio di composti terpenici che contribuiscono alle sue caratteristiche aromatiche e alla sua fisiologia.
Negli ultimi anni i ricercatori hanno iniziato a studiare il possibile ruolo biologico di queste molecole e le loro interazioni con il sistema endocannabinoide e con altri sistemi dell’organismo. Alcuni terpeni hanno mostrato, in studi di laboratorio e modelli preclinici, proprietà antiossidanti, antinfiammatorie ed antimicrobiche. Sono inoltre in corso ricerche per valutare il loro possibile impiego in ambiti quali le patologie neurologiche, cardiovascolari, epatiche e metaboliche.
I terpeni possono interagire con cannabinoidi come THC e CBD. Questa possibile sinergia è spesso descritta attraverso il concetto di effetto entourage, un’ipotesi secondo cui le diverse sostanze presenti nella cannabis potrebbero contribuire congiuntamente agli effetti terapeutici complessivi della pianta.
I terpeni più conosciuti
Terpinolene. È un terpene presente in diverse specie vegetali. Studi preclinici gli attribuiscono possibili proprietà antiossidanti ed antimicrobiche. Sono inoltre in corso ricerche sul suo possibile ruolo nella regolazione del sonno e della risposta allo stress.
β-cariofillene. È uno dei terpeni più studiati e presenta la particolarità di interagire con il recettore cannabinoide CB2. Studi sperimentali suggeriscono possibili effetti antinfiammatori, analgesici e neuroprotettivi. Alcune ricerche stanno inoltre valutando il suo potenziale ruolo nella modulazione dell’ansia e dell’umore.
Pinene. Presente anche nelle conifere, è stato studiato per le sue possibili proprietà antinfiammatorie, antiossidanti ed antimicrobiche. Alcuni dati preliminari suggeriscono inoltre un possibile interesse per la salute respiratoria e neurologica.
Limonene. Responsabile del tipico aroma agrumato di molte piante, è stato associato in studi preclinici a possibili effetti antiossidanti, antinfiammatori e gastroprotettivi. Alcune ricerche ne stanno valutando il potenziale impatto sul tono dell’umore e sulla risposta allo stress.
Mircene. È uno dei terpeni più diffusi nella cannabis. Studi sperimentali gli attribuiscono possibili proprietà analgesiche, antinfiammatorie e rilassanti. È stato inoltre studiato per il suo possibile contributo agli effetti sedativi osservati in alcune varietà di cannabis.
Linalolo. Presente in abbondanza nella lavanda, è noto per il suo aroma floreale. Studi preclinici suggeriscono possibili effetti rilassanti, antinfiammatori e neuroprotettivi. Sono inoltre in corso ricerche sul suo potenziale ruolo nella modulazione dell’ansia e dell’eccitabilità neuronale.
Riferimento bibliografico: Sommano, S. R., Chittasupho, C., Ruksiriwanich, W., & Jantrawut, P. (2020). The cannabis terpenes. Molecules, 25(24), 5792.
Differenza tra cannabis indica e sativa
Da tempo la pianta di cannabis viene distinta nelle categorie Indica e Sativa. Scopriamo l’origine di questi termini e come la ricerca scientifica ne abbia progressivamente ridefinito il significato.
Indica e Sativa: origine e significato
Per comprendere appieno l’argomento, è necessario partire dall’origine dei termini Indica e Sativa. Queste denominazioni furono introdotte dai botanici tra il XVIII e il XIX secolo per classificare diverse tipologie di cannabis sulla base delle loro caratteristiche morfologiche e della loro provenienza geografica.
Nel 1753 il botanico svedese Carlo Linneo descrisse la specie Cannabis sativa L., basandosi principalmente sulle piante coltivate in Europa per la produzione di fibre. Alcuni decenni più tardi, nel 1785, il naturalista francese Jean-Baptiste Lamarck descrisse la Cannabis indica, osservando esemplari provenienti dal subcontinente indiano, caratterizzati da una statura più contenuta e associati alla produzione di preparazioni resinose utilizzate per i loro effetti psicoattivi.
Fin da allora si sviluppò un dibattito tra chi considerava queste piante appartenenti a specie distinte e chi, seguendo l’impostazione di Linneo, riteneva che facessero parte della stessa specie. Ancora oggi la classificazione botanica della cannabis è oggetto di discussione, ma la maggior parte della letteratura scientifica utilizza la denominazione Cannabis sativa L., riconoscendo l’elevata variabilità genetica e morfologica della pianta.
Utilizzo dei termini “Indica” e “Sativa”
Se la maggior parte degli studiosi considera la cannabis come un’unica specie, perché i termini Indica e Sativa continuano a essere utilizzati?
Oggi queste definizioni sono ancora molto diffuse nel settore della cannabis, in particolare tra produttori e aziende sementiere, poiché permettono di descrivere alcune caratteristiche morfologiche delle piante. Tradizionalmente, le varietà definite “indica” vengono associate a piante più compatte e con foglie più larghe, mentre quelle definite “sativa” tendono a essere più alte e con foglie più strette.
Con il passare degli anni, ai termini Indica e Sativa sono stati attribuiti anche presunti effetti differenti. In particolare, si è diffusa l’idea che le varietà indica siano più rilassanti e quelle sativa più stimolanti. Tuttavia, le evidenze scientifiche attuali suggeriscono che gli effetti della cannabis dipendano principalmente dalla composizione chimica della pianta (cannabinoidi, terpeni e altri composti bioattivi) piuttosto che dalla sua morfologia o dalla denominazione commerciale.
Per questo motivo, oggi la classificazione più utilizzata in ambito scientifico e medico è quella basata sul chemiotipo, cioè sul profilo dei cannabinoidi presenti nella pianta (ad esempio THC prevalente, CBD prevalente o bilanciato). In generale, comunque, i termini Indica e Sativa continuano a essere utilizzati soprattutto come riferimento descrittivo della morfologia della pianta.
Il rischio di creare confusione
Con il progredire della ricerca scientifica sono emersi alcuni aspetti importanti riguardo all’utilizzo dei termini Indica e Sativa:
Non è corretto associare automaticamente gli effetti della cannabis (rilassanti o stimolanti) all’aspetto fisico della pianta. Piante molto simili dal punto di vista morfologico possono infatti presentare composizioni chimiche molto diverse.
Nel corso degli anni, le numerose selezioni genetiche e gli incroci effettuati dai coltivatori hanno reso sempre più sfumate le differenze originarie tra le varietà storicamente definite indica e sativa. Per questo motivo, oggi è più frequente trovare definizioni come “indica-dominante” o “sativa-dominante”, utilizzate per indicare una maggiore somiglianza con una determinata morfologia o genealogia.
Negli ultimi anni molti ricercatori e professionisti del settore hanno proposto di ridurre l’utilizzo delle categorie Indica e Sativa come indicatori degli effetti della cannabis, privilegiando invece classificazioni basate sul profilo chimico della pianta. L’obiettivo è sviluppare una terminologia più accurata e scientificamente fondata, in grado di fornire informazioni più utili sia ai pazienti sia ai consumatori.
Riferimento bibliografico: McPartland, J. M. (2017). Cannabis sativa and Cannabis indica versus “Sativa” and “Indica”. In Cannabis sativa L.-botany and biotechnology (pp. 101-121). Cham: Springer International Publishing.
Cos’è l’effetto entourage
I principi attivi della cannabis più studiati e conosciuti in ambito terapeutico sono sicuramente il CBD e il THC. Ma quando si parla in generale delle proprietà terapeutiche della cannabis, spesso non si fa riferimento a un solo cannabinoide, ma a una combinazione di tutti i componenti della pianta. Si parla, cioè, dell’effetto entourage.
Di cosa si tratta
L’effetto entourage è il termine che usiamo per descrivere il lavoro sinergico tra fitocannabinoidi e terpeni della cannabis, un’azione complementare tra questi elementi contenuti negli estratti naturali di cannabis che può rafforzare l’indice terapeutico dei preparati e allargare così il campo d’utilizzo. A parlare dell’effetto entourage per la prima volta nel 1998 è stato il Dottor Raphael Mechoulam, lo stesso ad essere riuscito a isolare il THC nel 1964. Negli anni di ricerca sull’argomento, è stato possibile confermare che più la scienza impara dai singoli cannabinoidi e terpeni e sulla loro interazione sfumata, più saremo in grado di dar vita a delle formulazioni più efficace sia per il benessere generale che per gestire malattie a condizioni specifiche.
Gli studi in merito
Da molti anni i ricercatori sono impegnati a conoscere a fondo i singoli cannabinoidi e terpeni e la loro interazione sinergica. Nel 2019, Ethan Russo ha condotto una meta-analisi di altri 11 studi che hanno coinvolto 670 pazienti per studiare il ruolo delle varietà di cannabis nell’effetto entourage. Lo studio ha messo in evidenza che un mix di THC e CBD, come si trova nei prodotti a base di cannabis a spettro completo, è stato utile per una serie di patologie: “THC: rapporto CBD di 1: 39,4 […] si preannuncia applicabile al trattamento di numerose condizioni cliniche, tra cui dolore, infiammazione, disturbi fibrotici, dipendenza, ansia, depressione, malattie autoimmuni, condizioni dermatologiche, e il cancro”. Appena un anno prima, un altro studio dal titolo “Stimare l’effetto entourage” ha messo in luce l’efficacia antitumorale della cannabis sottolineando: “i nostri risultati suggeriscono che i preparati standardizzati di farmaci a base di cannabis, piuttosto che i cannabinoidi puri, potrebbero essere considerati parte dell’armamentario terapeutico per gestire il cancro al seno“.
Cannabis Medica e vaporizzazione
Fumare o vaporizzare la cannabis è la stessa cosa? Assolutamente no! Se ti è stata somministrata una terapia con cannabinoidi per via inalatoria devi dotarti di un vaporizzatore, un dispositivo medico appositamente progettato per vaporizzare la cannabis e mantenere intatte le sue qualità terapeutiche.
Perché non fumare la cannabis
Fumare fa male alla salute, questo è un concetto ormai assodato. La comunità scientifica ci ha sempre messo in guardia dai danni provocati ai polmoni dal fumo e la cannabis non fa eccezione, poiché la combustione di materiale vegetale può produrre agenti cancerogeni.
Quando viene preferita la vaporizzazione
La somministrazione inalatoria viene spesso preferita dai medici per affrontare problematiche acute e per dare un sollievo più immediato al paziente. Inoltre, può essere adottata anche in casi in cui la somministrazione orale è sconsigliata, come nei casi di nausea e vomito.
Per la vaporizzazione è necessario un dispositivo apposito. In Italia, i vaporizzatori approvati come dispositivi medici approvati dal Ministero della Salute sono due: Volcano Medic e Mighty+ Medic, entrambi realizzati dalla Storz & Bickel. Le infiorescenze farmaceutiche di cannabis vengono poste all’interno dell’apparecchio che le scalderà a una determinata temperatura. Una volta completato il riscaldamento, si potrà dunque inalare il prodotto vaporizzato.
I vantaggi della vaporizzazione
La vaporizzazione ha una serie di vantaggi messi in evidenza da una lunga serie di studi e ricerche:
- Elimina i rischi per salute associati alla combustione;
- Consente un dosaggio affidabile dei principi attivi prescritti dal medico;
- Gli effetti sono rapidamente visibili, poiché i polmoni assorbono rapidamente il vapore;
- Nel vapore, la presenza dei cannabinoidi è di oltre il 90% (nel fumo, solo il 12%);
- Con l’inalazione si ha broncodilatazione e la funzionalità respiratoria migliora dopo circa un mese d’utilizzo;
Dove acquistarli o noleggiarli
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