Tutti i benefici della cannabis terapeutica
Il Ministero della Salute ha previsto l’impiego della cannabis per uso medico in specifiche condizioni cliniche, tra cui il dolore cronico, la nausea e il vomito associati a chemioterapia, radioterapia o terapie per l’HIV, la stimolazione dell’appetito in presenza di cachessia, anoressia o perdita dell’appetito associata a patologie oncologiche o all’AIDS, la spasticità associata a sclerosi multipla o lesioni del midollo spinale e altre indicazioni previste dalla normativa. In generale, la cannabis per uso medico viene considerata un trattamento sintomatico di supporto, quando le terapie convenzionali non hanno prodotto risultati sufficienti o non sono adeguatamente tollerate.
Sclerosi Multipla
La cannabis terapeutica può contribuire a ridurre alcuni sintomi della sclerosi multipla, in particolare la spasticità, gli spasmi e il dolore associato. Le evidenze disponibili indicano un possibile beneficio soprattutto con preparazioni contenenti THC e CBD, anche se l’entità della risposta può variare da paziente a paziente.
In Italia, il Ministero della Salute ha previsto l’impiego della cannabis per uso medico come trattamento sintomatico di supporto, mentre nel 2013 è stato introdotto Sativex, medicinale a base di THC e CBD specificamente indicato per la spasticità da moderata a grave associata alla sclerosi multipla, quando altri trattamenti antispastici non risultano sufficientemente efficaci.
Dolore cronico
Già nel 2017, un rapporto delle National Academies of Sciences, Engineering and Medicine aveva analizzato le evidenze disponibili sui possibili benefici della cannabis e dei cannabinoidi nel dolore cronico. Il report ha rilevato evidenze conclusive o sostanziali di un effetto dei cannabinoidi sulla riduzione del dolore in alcune condizioni cliniche.
Anche la ricerca successiva ha continuato a evidenziare un possibile ruolo dei cannabinoidi nella gestione di alcune forme di dolore cronico, come quello neuropatico, soprattutto come trattamento integrativo. In Italia, è possibile ricorrere alla cannabis terapeutica per il trattamento del dolore cronico quando le terapie convenzionali risultano inefficaci o non adeguatamente tollerate, secondo quanto previsto dalla normativa vigente.
Nausea e vomito
La cannabis e i cannabinoidi sono stati studiati anche in relazione alla nausea e al vomito causati da radioterapia e chemioterapia, soprattutto quando i trattamenti antiemetici convenzionali non risultano sufficientemente efficaci. Diversi studi hanno evidenziato un’attività antiemetica dei cannabinoidi, in particolare dei medicinali a base di THC e di suoi analoghi, con possibili benefici anche sull’appetito.
Negli Stati Uniti, inoltre, la Food and Drug Administration ha approvato alcuni medicinali a base di cannabinoidi sintetici, tra cui dronabinol e nabilone, per specifiche indicazioni legate alla nausea e al vomito associati alla chemioterapia. Anche in Italia, l’impiego della cannabis per uso medico può essere preso in considerazione per il controllo di nausea e vomito associati a chemioterapia, radioterapia o terapie per l’HIV, quando le terapie convenzionali non risultano efficaci.
Tumori
Il possibile ruolo dei cannabinoidi in ambito oncologico è oggetto di crescente interesse scientifico e diversi studi di laboratorio ne hanno evidenziato potenziali effetti sulle cellule tumorali.
Nel 2007, per esempio, un gruppo di ricercatori di San Francisco ha studiato le potenzialità del cannabidiolo (CBD), osservando in cellule di carcinoma mammario aggressivo una riduzione dell’espressione di fattori associati alla capacità invasiva e metastatica delle cellule tumorali.
Successivamente, nel 2014, altri studi hanno analizzato l’azione di THC e CBD sul glioma, osservando in modelli di laboratorio che la combinazione dei cannabinoidi con la radioterapia poteva aumentare la risposta delle cellule tumorali alle radiazioni.
Questi risultati sono interessanti e contribuiscono a spiegare perché i cannabinoidi siano oggetto di ricerca in oncologia, ma derivano soprattutto da studi preclinici e non consentono ancora di affermare un’efficacia antitumorale diretta della cannabis nell’uomo. Al di là degli effetti sintomatici, come quelli sul dolore e sulla nausea, il possibile impiego dei cannabinoidi come trattamento complementare alle terapie oncologiche rimane pertanto un importante ambito di ricerca.
Salute oculare
Già dagli anni ’70, alcuni studi avevano mostrato che la cannabis e i cannabinoidi potevano ridurre temporaneamente la pressione intraoculare, uno dei principali fattori di rischio associati al glaucoma. L’effetto è stato osservato con diverse modalità di somministrazione e ha alimentato l’interesse verso il possibile ruolo del sistema endocannabinoide nella fisiologia dell’occhio.
Il principale limite è rappresentato dalla durata non sempre omogenea del beneficio e dai possibili effetti indesiderati, che ne hanno ridotto l’utilità come trattamento convenzionale del glaucoma. Le evidenze disponibili continuano tuttavia a sostenere l’interesse per il sistema endocannabinoide come possibile bersaglio farmacologico, anche in relazione a meccanismi di neuroprotezione, in forme di malattia farmaco-resistenti.
Alzheimer
Alcuni studi di laboratorio hanno evidenziato possibili effetti dei cannabinoidi sui meccanismi biologici coinvolti nella malattia di Alzheimer. Uno studio del 2006, per esempio, aveva osservato che il THC poteva inibire l’attività dell’enzima acetilcolinesterasi e interferire con l’aggregazione del beta-amiloide in modelli sperimentali, uno dei processi associati alla patologia.
Questi risultati hanno contribuito a suscitare interesse verso un possibile ruolo neuroprotettivo dei cannabinoidi, ma non dimostrano ad oggi che la cannabis terapeutica possa rallentare la progressione dell’Alzheimer nell’uomo. La ricerca clinica sta tuttavia valutando il possibile impiego dei cannabinoidi soprattutto per alcuni sintomi comportamentali e neuropsichiatrici associati alle malattie neurodegenerative, tra cui agitazione e disturbi del sonno, con risultati preliminari interessanti.
Infiammazioni intestinali
La possibile interazione tra sistema endocannabinoide e apparato gastrointestinale è stata studiata da diversi gruppi di ricerca. Studi preclinici e alcune osservazioni cliniche suggeriscono un possibile ruolo dei cannabinoidi nella modulazione dell’infiammazione e, soprattutto, di alcuni sintomi delle malattie infiammatorie intestinali.
Nel 2009, alcuni studiosi britannici avevano già evidenziato il possibile coinvolgimento del sistema endocannabinoide nella regolazione delle funzioni intestinali, ipotizzando un potenziale ruolo dei cannabinoidi nelle malattie infiammatorie intestinali, tra cui colite ulcerosa e morbo di Crohn. Le ricerche successive hanno continuato a esplorare gli effetti di THC e CBD sulla motilità, sull’infiammazione e sulla sintomatologia intestinale. Ad oggi, l’interesse clinico riguarda soprattutto il possibile controllo di sintomi come dolore, diarrea e perdita dell’appetito.
Danno cerebrale
La cannabis e il sistema endocannabinoide sono stati studiati anche per il loro possibile ruolo neuroprotettivo, sulla base di risultati ottenuti soprattutto in modelli sperimentali di trauma cranico, ictus e altre forme di danno cerebrale.
Uno studio del 2002 aveva evidenziato il coinvolgimento degli endocannabinoidi nei meccanismi di risposta al trauma cerebrale, mentre studi successivi in modelli animali hanno osservato possibili effetti favorevoli sulla neuroinfiammazione, sull’edema cerebrale e sul recupero neurologico.
Questi risultati sono particolarmente interessanti dal punto di vista della ricerca, perché suggeriscono un possibile ruolo del sistema endocannabinoide nei meccanismi di protezione e riparazione del tessuto nervoso. Tuttavia, le evidenze cliniche nell’uomo sono ancora insufficienti per stabilire un’efficacia terapeutica della cannabis dopo un trauma cranico o un ictus.
Artrite reumatoide
I cannabinoidi sono stati studiati anche in relazione alle malattie infiammatorie croniche come l’artrite reumatoide. In particolare, alcune ricerche hanno evidenziato un possibile effetto del CBD sulla modulazione dell’infiammazione e sull’attività di cellule coinvolte nel danno articolare.
Una ricerca condotta da un gruppo tedesco ha analizzato gli effetti del CBD sui fibroblasti sinoviali dell’artrite reumatoide, osservando una riduzione della produzione di alcuni mediatori pro-infiammatori, tra cui IL-6, IL-8 e MMP-3.
Questi risultati suggeriscono un possibile interesse del CBD come modulatore dei processi infiammatori e contribuiscono a spiegare l’attenzione della ricerca verso il suo possibile impiego nelle patologie articolari.
Riferimenti bibliografici:
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Wang, M. T., & Danesh-Meyer, H. V. (2021). Cannabinoids and the eye. Survey of ophthalmology, 66(2), 327-345.
Il profilo chimico e i chemiotipi della Cannabis
Dal trattamento del dolore cronico, fino al miglioramento della spasticità e dei sintomi correlati alle cure chemioterapiche e alla sclerosi multipla, la Cannabis sta emergendo come potenziale terapia contro patologie resistenti ai farmaci tradizionali.
Non solo. In molti Paesi, infatti, la sostanza viene anche usata con scopi ricreativi. Per questo, la conoscenza del profilo chimico (chemiotipo) della pianta, cioè la concentrazione dei cannabinoidi e il loro rapporto, assume un’importanza fondamentale da parte chi la consuma e di chi la produce. I primi a pensare a una classificazione della Cannabis in base al chemiotipo sono stati Ernest Small e HD Beckstead che, in un articolo del 1973 pubblicato su Nature, introdussero l’idea di una divisione in base al contenuto di cannabinoidi. Nelle piante appartenenti allo stesso gruppo, il rapporto tra i cannabinoidi rimane costante, anche se le concentrazioni possono cambiare.
I chemiotipi di Cannabis
Stando alla classificazione basata sul chemiotipo, possono essere distinti 5 gruppi:
- Tipo I (THC dominante): si tratta di piante in cui le concentrazioni di THC, il composto con effetti psicoattivi, sono nettamente maggiori rispetto a quelle di CBD. Solitamente, questo chemiotipo si identifica con la sostanza usata per scopi ludici e ricreativi. Il THC, presente con una concentrazione maggiore dello 0,3%, può arrivare fino al 30%, mentre la presenza di CBD è molto più ridotta (minore dello 0,5%).
- Tipo II: è un chemiotipo con un rapporto misto di CBD e THC, presenti entrambi con concentrazioni moderate. In questo modo, il CBD può aiutare a mitigare gli effetti indesiderati del THC e il loro rapporto 1:1 risulta particolarmente indicato per l’uso medico. Un esempio è il Sativex, il farmaco usato contro la spasticità derivata dalla sclerosi multipla.
- Tipo III (CBD dominante): si tratta di piante con basso contenuto di THC, che è presente in quantità minori dello 0,3%. La quantità di CBD, al contrario, supera lo 0,5%.
- Tipo IV: è stato identificato per la prima volta nel 1987, da un gruppo di ricercatori francesi, che notarono un quarto profilo ricco di cannabigerolo (CBG). Lo studio fornì la descrizione del quarto chemiotipo, caratterizzato da un bassissimo contenuto di THC e da alte concentrazioni di CBG (maggiori dello 0,3%).
- Tipo V: a descriverlo per la prima volta sono stati due ricercatori italiani, con uno studio risalente al 2004. Questo chemiotipo raggruppa le piante di cannabis con “una quantità non rilevabile di cannabinoidi”. Il gruppo, infatti, viene anche definito “zero cannabinoidi”.
Conoscere e distinguere la pianta di Cannabis in base al chemiotipo può essere utile per una scelta consapevole da parte del consumatore. Per questo, alcune aziende hanno introdotto questo tipo di identificazione dei prodotti. Questo sistema di classificazione potrebbe essere fondamentale anche per la creazione di un linguaggio condiviso, che permetterebbe di identificare i vari tipi di Cannabis, in base alle caratteristiche dei singoli chemiotipi e alle differenze dei possibili effetti.
Cannabigerolo: ecco cos’è il CBG
Un cannabinoide ancora relativamente poco conosciuto, ma che potrebbe offrire interessanti prospettive terapeutiche. È il caso del CBG, il cannabigerolo, un fitocannabinoide che deriva dal CBGA, il principale precursore biosintetico di cannabinoidi come CBD e THC.
Che cos’è il CBG
Il CBG fa parte dei fitocannabinoidi: questi, a differenza degli endocannabinoidi, non sono prodotti dall’organismo umano, ma dalle piante di cannabis.
Il cannabigerolo deriva dal cannabigerolico acido (CBGA), presente nei tricomi della pianta. Il CBGA rappresenta un importante precursore biosintetico da cui, attraverso specifici processi enzimatici, derivano gli acidi cannabinoidici che danno origine a composti come THCA e CBDA e, successivamente, a THC e CBD.
Dopo la raccolta, le piante contenenti i fitocannabinoidi vengono essiccate e lavorate e, grazie al calore utilizzato in questi passaggi, i componenti perdono le loro caratteristiche acide attraverso la rimozione di un gruppo carbossilico. Questo processo, chiamato decarbossilazione, trasforma gli acidi cannabinoidici nei loro equivalenti non acidi, come THC, CBD e CBG.
Nelle varietà di cannabis più comuni, il CBG è generalmente presente in concentrazioni relativamente basse, spesso inferiori all’1%. Esistono tuttavia cultivar selezionate per avere una concentrazione più elevata di questo cannabinoide, sulle quali si concentra un crescente interesse da parte della ricerca.
Il CBG non è noto per produrre gli effetti psicoattivi tipici del THC. La sua situazione normativa, tuttavia, può variare significativamente da un Paese all’altro e dipende anche dalla composizione e dalla destinazione d’uso dei prodotti che lo contengono.
Il potenziale terapeutico del CBG
Il CBG, interagendo con diversi sistemi recettoriali e molecolari dell’organismo, compreso il sistema endocannabinoide, presenta un potenziale anche in campo terapeutico. Studi preclinici hanno evidenziato possibili effetti sulla modulazione dell’ansia, del dolore e dell’infiammazione, oltre a un’interazione con diversi bersagli farmacologici, tra cui alcuni recettori serotoninergici, adrenergici e canali TRP.
Più recentemente, il CBG è stato studiato anche per i suoi possibili effetti sul sistema nervoso, sull’apparato gastrointestinale e su alcuni processi infiammatori. Alcune ricerche precliniche hanno inoltre analizzato il suo possibile ruolo nel contrastare la proliferazione di determinate cellule tumorali e nella modulazione dell’attività dei cheratinociti, aprendo interessanti prospettive di ricerca in alcune patologie cutanee.
Il fitocannabinoide è stato studiato anche in relazione al glaucoma, per i suoi possibili effetti sulla pressione intraoculare, sulle malattie infiammatorie intestinali e sulle disfunzioni vescicali. Altri studi hanno infine esplorato un possibile effetto ansiolitico, antidepressivo ed antinausea.
Nel complesso, queste proprietà rendono il CBG un cannabinoide di particolare interesse per la ricerca farmacologica. È però importante sottolineare che gran parte delle evidenze disponibili proviene ancora da studi preclinici e che le prove cliniche sull’efficacia terapeutica del CBG nell’uomo sono ancora limitate. I primi studi clinici sono comunque incoraggianti e stanno contribuendo a chiarire le potenzialità e i possibili impieghi di questo cannabinoide.
Riferimento bibliografico: Li, S., Li, W., Malhi, N. K., Huang, J., Li, Q., Zhou, Z., Wang, R., Peng, J., Yin, T., & Wang, H. (2024). Cannabigerol (CBG): A comprehensive review of its molecular mechanisms and therapeutic potential. Molecules, 29(22), 5471.
THC e CBD, cosa sono e come funzionano
Sono oltre cento i cannabinoidi identificati nella pianta di canapa. Si tratta di sostanze chimiche di origine naturale che possono interagire, direttamente o indirettamente, con il sistema endocannabinoide. Tra questi, i più conosciuti e presenti in maggior quantità sono due: il cannabidiolo (CBD) e il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC). Scopriamo quali sono le funzioni e le differenze dei due principali principi attivi della cannabis.
Le differenze
Caratterizzati da una struttura chimica simile e presenti entrambi nella pianta della canapa, THC e CBD presentano però sostanziali differenze. Il primo esercita la maggior parte dei suoi effetti attraverso l’interazione con i recettori cannabinoidi presenti nel sistema nervoso centrale ed è responsabile degli effetti psicoattivi della cannabis. Il secondo non produce gli effetti psicotropi tipici del THC e agisce attraverso meccanismi più complessi che coinvolgono diversi sistemi biologici. Entrambi sono oggetto di interesse per le loro potenziali applicazioni terapeutiche.
CBD e THC hanno una composizione molecolare molto simile, ma non identica, che dà origine a sostanze con proprietà farmacologiche differenti. A fare la differenza è anche il modo in cui i due cannabinoidi interagiscono con il sistema endocannabinoide. THC e CBD presentano infatti analogie strutturali e funzionali con alcuni endocannabinoidi, i composti naturali prodotti dal nostro organismo che contribuiscono alla regolazione di numerose funzioni fisiologiche.
Il THC si lega principalmente ai recettori CB1, situati soprattutto nel sistema nervoso centrale, ed è per questo associato agli effetti psicoattivi della cannabis, come alterazioni della percezione, euforia o rilassamento, ma anche riduzione del dolore, oltre a diminuzione della spasticità muscolare e della nausea.
Il CBD, invece, non agisce principalmente attraverso un legame diretto con i recettori CB1 o CB2 e può modulare indirettamente diversi sistemi coinvolti nella risposta infiammatoria e in altre funzioni biologiche. Inoltre, alcuni studi suggeriscono che il CBD possa attenuare alcuni effetti indesiderati associati al THC.
Poiché i recettori CB1 sono particolarmente concentrati nel cervello e nel midollo spinale, la loro attivazione è associata agli effetti psicoattivi tipici del THC. I recettori CB2, invece, sono espressi soprattutto nelle cellule del sistema immunitario e in altri tessuti periferici e risultano coinvolti nella regolazione di diversi processi biologici, inclusa la risposta infiammatoria.
Quali funzioni hanno
Sono numerose le funzioni attribuite al CBD, che è stato studiato in relazione a diversi disturbi e condizioni cliniche. Alcuni studi hanno suggerito un potenziale interesse del cannabinoide nell’ambito dell’ansia, delle epilessie farmacoresistenti, dei processi infiammatori e di altre condizioni neurologiche. Inoltre, il CBD ha mostrato proprietà antiossidanti e potenziali effetti analgesici, sebbene l’entità e la rilevanza clinica di tali effetti possano variare a seconda della condizione considerata.
Dal Parkinson all’Alzheimer, fino alle malattie reumatiche e ai disturbi del sonno, il CBD è stato oggetto di numerose ricerche per valutarne le possibili applicazioni terapeutiche. Tuttavia, per molte di queste condizioni le evidenze sono ancora in fase di consolidamento e non consentono di considerarlo un trattamento standard.
Anche il THC possiede proprietà farmacologiche di interesse medico. Le sue applicazioni terapeutiche più studiate comprendono la gestione di alcuni sintomi associati a sclerosi multipla, dolore cronico, nausea e vomito indotti da chemioterapia e perdita di appetito in specifiche condizioni cliniche. Sono inoltre in corso studi sul suo possibile impiego in altre patologie neurologiche ed oncologiche.
THC e CBD sono in grado di interagire, con modalità differenti, con il sistema endocannabinoide, che contribuisce al mantenimento dell’omeostasi dell’organismo. Per questo motivo, i cannabinoidi rappresentano un importante ambito di ricerca e possono offrire opportunità terapeutiche in alcune condizioni cliniche. Nonostante il crescente interesse scientifico, sono ancora in corso numerosi studi finalizzati a chiarire meglio i meccanismi d’azione, l’efficacia e i possibili campi di applicazione dei diversi cannabinoidi.
Riferimento bibliografico: Stella, N. (2023). THC and CBD: Similarities and differences between siblings. Neuron, 111(3), 302-327.
Cannabis terapeutica e cannabis light: facciamo chiarezza
Cannabis light o cannabis medica? Si tratta di due sostanze o della stessa? Spesso si fa confusione ma, nonostante derivino dalla stessa specie della pianta della canapa, le due sostanze hanno composizione ed effetti diversi.
La differenza principale risiede nella percentuale di principi attivi contenuti nella cannabis, in particolare a fare la differenza è la quantità di delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) contenuto nella pianta. Insieme al cannabidiolo (CBD), il THC è il principale principio attivo della cannabis.
La cannabis light
Quando si parla di cannabis light ci si riferisce alla sostanza ricavata dalle infiorescenze femminili della pianta di cannabis , selezionate per il loro basso contenuto di THC e per la ricchezza di CBD, il composto che non ha effetti psicoattivi. Il nome “light” indica proprio la presenza minima di THC in questa sostanza.
Le percentuali dei due principi attivi sono diverse nella cannabis light rispetto a quella illegale. Nella sostanza “leggera”, infatti, la presenza del principio attivo che ha effetti psicotropi è controllata e regolamentata: la concentrazione di THC nella cannabis light non deve superare la quantità dello 0,2%, con una tolleranza che si spinge sotto allo 0,6%.
La bassa concentrazione di THC permette di evitare che la sostanza abbia effetti psicoattivi e l’eccitamento lascia il posto al rilassamento, favorito dalla vasta presenza di CBD, che contrasta l’altro principio attivo della cannabis.
La canapa light non si acquista in farmacia, ma nei negozi specializzati, sia fisici che online, ed è un prodotto rivolto alle sole persone maggiorenni che non può garantire alcuna valenza terapeutica.
La cannabis terapeutica
A differenza della cannabis light, in quella terapeutica la percentuale di THC è solitamente maggiore e va dal 5% al 22%. Si tratta di un tipo di cannabis che viene prodotta solamente per uso medico: anche questa sostanza deriva dalle infiorescenze femminili della qualità sativa, ma la sua produzione segue norme ben precise (GACP e GMP), che garantiscono qualità e controllo, evitando che la pianta venga in contatto con muffe, batteri, metalli pesanti o altri agenti inquinanti.
In Italia, dal 2016, è disponibile la cannabis terapeutica FM2, che contiene dal 5 all’8% di THC e dal 7,5 al 12% di CBD. È la prima sostanza a base di canapa prodotta seguendo le norme europee in materia di medicinali e secondo un processo di produzione controllato. Inoltre, dal 2018, è stata resa disponibile anche la cannabis FM1, con una percentuale di THC che va dal 13 al 20% e quella di CBD minore all’1%.
La cannabis terapeutica, disponibile nelle farmacie, può essere comprata solamente dietro prescrizione medica. In Italia, questa sostanza viene usata soprattutto per il trattamento del dolore cronico e di quello associato alla sclerosi multipla, oltre che per contrastare gli effetti di chemioterapia, radioterapia e terapie per l’HIV (come nausea e vomito). Inoltre, la cannabis può aiutare a stimolare l’appetito nei pazienti anoressici o in quelli oncologici.
Nonostante derivino dalla stessa pianta di cannabis, la sostanza light e quella usata per scopi medici sono diverse, a causa delle differenti concentrazioni di THC e CBD presenti nelle due qualità. Per questo, anche le modalità e gli effetti derivati dal loro utilizzo sono molto diversi.
Il Sistema endocannabinoide
Il sistema endocannabinoide è un sistema biologico di comunicazione cellulare. Si tratta di una rete complessa di segnali e recettori che contribuisce alla regolazione di numerosi processi fisiologici. Uno dei suoi ruoli principali sembra essere quello di partecipare al mantenimento dell’omeostasi dell’organismo, ossia dell’equilibrio interno necessario al corretto funzionamento delle diverse funzioni biologiche.
La scoperta
Nel 1990, Lisa A. Matsuda e colleghi del National Institute of Mental Health (NIMH) annunciarono la scoperta del primo recettore dei cannabinoidi, denominato CB1. Gli studiosi stavano cercando di comprendere in che modo il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC), principale composto psicoattivo della cannabis, interagisse con l’organismo.
La scoperta del recettore CB1 portò la comunità scientifica a interrogarsi sull’esistenza di sostanze prodotte naturalmente dal corpo umano in grado di attivarlo. Due anni più tardi furono identificati i primi endocannabinoidi, molecole endogene capaci di legarsi agli stessi recettori attivati dal THC. Il primo composto identificato fu l’anandamide; successivamente venne scoperto anche il 2-arachidonoilglicerolo (2-AG), contribuendo all’identificazione e alla caratterizzazione di un secondo recettore cannabinoide, il CB2.
Elementi del sistema endocannabinoide sono stati individuati in numerose specie animali, dai mammiferi ai rettili fino ad alcuni invertebrati. Studi evolutivi suggeriscono che componenti di questo sistema siano comparsi molto precocemente nella storia degli organismi multicellulari, indicando una possibile funzione biologica conservata nel corso dell’evoluzione.
Cos’è il sistema endocannabinoide
Il sistema endocannabinoide è costituito da tre componenti principali: endocannabinoidi, recettori ed enzimi.
Gli endocannabinoidi sono molecole di segnalazione prodotte dall’organismo che contribuiscono alla comunicazione tra le cellule. Tra i più studiati vi sono l’anandamide e il 2-arachidonoilglicerolo (2-AG), sintetizzati e rilasciati secondo le necessità fisiologiche. Una volta svolta la loro funzione, vengono rapidamente degradati da specifici enzimi.
Il secondo elemento è rappresentato dai recettori cannabinoidi CB1 e CB2, localizzati sulla membrana di diversi tipi cellulari.
I recettori CB1 sono particolarmente abbondanti nel sistema nervoso centrale e sono presenti in aree cerebrali coinvolte nei processi cognitivi, nell’apprendimento, nella memoria, nelle emozioni e nel controllo del movimento. Sono inoltre presenti, seppur in misura variabile, anche in altri tessuti e organi dell’organismo.
I recettori CB2 sono espressi prevalentemente nelle cellule del sistema immunitario e in diversi tessuti periferici, dove sembrano partecipare alla modulazione delle risposte immunitarie e infiammatorie.
I recettori cannabinoidi contribuiscono alla regolazione della comunicazione cellulare. In particolare, i CB1 modulano il rilascio di diversi neurotrasmettitori e partecipano al controllo dell’attività neuronale, mentre i CB2 sono coinvolti soprattutto nella regolazione di alcune funzioni immunitarie.
Il terzo elemento del sistema è costituito dagli enzimi che sintetizzano e degradano gli endocannabinoidi, contribuendo a mantenerne l’equilibrio e a limitarne l’azione nel tempo.
Le funzioni del sistema endocannabinoide
I recettori cannabinoidi sono distribuiti in numerosi tessuti dell’organismo umano e animale. Questa ampia distribuzione suggerisce un coinvolgimento del sistema endocannabinoide nella regolazione di molteplici processi fisiologici.
Le ricerche hanno evidenziato un possibile ruolo del sistema endocannabinoide nello sviluppo e nella maturazione del sistema nervoso, nella plasticità sinaptica, nella regolazione della risposta allo stress e nel controllo dell’attività neuronale. Attraverso la modulazione del rilascio dei neurotrasmettitori, il sistema contribuisce al mantenimento dell’equilibrio delle reti nervose.
Numerosi studi indicano inoltre un coinvolgimento del sistema endocannabinoide nella regolazione dell’appetito, del metabolismo energetico, del sonno, dell’umore, della percezione del dolore e di alcune funzioni immunitarie. Sono stati osservati anche possibili effetti sulla salute ossea e sui processi di rimodellamento dello scheletro, sebbene molti meccanismi siano ancora oggetto di ricerca.
In considerazione della sua distribuzione e delle sue numerose interazioni biologiche, il sistema endocannabinoide è oggi considerato un importante sistema di regolazione fisiologica. Sebbene molti aspetti del suo funzionamento siano ancora in fase di studio, le evidenze disponibili suggeriscono che contribuisca al mantenimento dell’omeostasi e all’adattamento dell’organismo alle variazioni dell’ambiente interno ed esterno.
Riferimento bibliografico: Lu, H. C., & Mackie, K. (2021). Review of the endocannabinoid system. Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging, 6(6), 607-615.
Da cannabis a marijuana: tutti i nomi della sostanza
Da cannabis, a marijuana, fino a Ganja. Sono tanti i nomi della sostanza derivata dalla pianta diffusasi in Asia 10mila anni fa e che viene usata anche dal punto di vista terapeutico. E non sempre i vari sostantivi sono sinonimi tra loro: tra un nome e l’altro, infatti, posso esserci alcune differenze, anche se in alcuni casi si tratta di dettagli minimi.
Cannabis e canapa
La parola cannabis indica la pianta nella sua totalità, comprendendone le radici, lo stelo, i fiori e le foglie. È un termine generale, che non presuppone una distinzione tra le piante ad alto contenuto di THC e quelle ad uso tessile.
Il sostantivo latino cannabis deriva dal greco kannabis, che a sua volta avrebbe come origine la parola sanscrita canas. Dal latino, il termine si sarebbe diffuso in tutta Europa: gli inglesi non l’hanno mai adattato alla propria lingua e, più tardi, sarebbero stati loro a reintrodurlo in Italia. Nel nostro paese, infatti, cannabis era stato sostituito con canapa.
Sia cannabis, che canapa indicano la pianta in generale. Inoltre, il termine latino è rimasto in uso in ambito scientifico e botanico, mentre la parola italianizzata si riferisce principalmente alla fibra tessile che viene ricavata dalla pianta.
Marijuana o Maria
Marijuana indica il fiore della pianta, che contiene una più alta concentrazione dei principi attivi, compresa la sostanza psicotropa THC. I fiori vengono essiccati e possono essere poi utilizzati in diversi modi.
L’origine del termine è incerta, anche se alcuni studi la fanno risalire alla parola maraguanquo, che nel Centro America significa “pianta che dà ebrezza”. In Messico, il nome veniva usato comunemente per indicare la varietà di canapa destinata al consumo ricreativo, come sostanza stupefacente. La tradizione narra anche di una ragazza, Maria Juana, che portava la sostanza ai soldati.
Ricerche ulteriori suggeriscono anche la possibilità che il termine derivi dal vocabolario arabo, diffusosi nella penisola iberica durante la dominazione. In questo caso, marijuana avrebbe origine da marwana, che significa “coraggioso”. Non è ancora chiara, quindi, la radice della parola marijuana, che oggi viene usata per indicare soprattutto la sostanza ad uso ricreativo. Spesso, nel linguaggio orale e nelle generazioni giovanili, il termine viene sostituito con l’abbreviazione Maria, che anche in questo caso indica i fiori della pianta.
Il termine marijuana, inizialmente usato per indicare la sostanza stupefacente, si è poi diffuso per designare in generale la pianta di canapa, a causa della campagna mediatica intrapresa negli Stati Uniti negli anni Trenta. Da qui prese avvio il clima di avversione verso la pianta, che portò nel 1937 alla proibizione della sostanza dal presidente Franklin Delano Roosevelt.
Ganja
Il termine ganja è un sinonimo di marijuana e indica, quindi, le infiorescenze essiccate della pianta di cannabis, usate soprattutto per usi ricreativi e come stupefacente, dato il contenuto più elevato di THC. La parola ha origine dalla lingua indiana, che ha adottato il termine derivato dal sanscrito ganjya, a sua volta proveniente dal sumero ganzigunno.
E l’hashish?
Anche l’hashish è una sostanza che deriva dalla pianta della cannabis, in particolare dalla resina e dal polline, che possono raggiungere alte concentrazioni di THC.
Il nome di questa sostanza deriva dal termine arabo che significa “erba”. Secondo un’altra ipotesi (non confermata) hashish avrebbe origine dal nome di un gruppo di ismaeliti, dediti agli omicidi. Secondo la leggenda, i membri del gruppo venivano condotti dal loro capo in un giardino, dove venivano loro offerti hashish, cibi e bevande. Poi, veniva detto loro che sarebbero potuti ritornare in quel giardino solo se avessero rispettato gli ordini del capo: portare a termine gli omicidi politici di cui venivano incaricati i sicari.
Il termine hashish è l’adattamento inglese del termine arabo, che si è diffuso nel mondo occidentale.
5 cose da sapere sulla cannabis terapeutica
Dalle malattie neurodegenerative, a quelle tumorali, fino al dolore cronico. Sono molti gli usi medici della cannabis terapeutica. E, negli ultimi anni, il suo consumo è aumentato, come mostrano i dati del Ministero della Salute, che registrano una crescita netta. Ma cos’è la cannabis terapeutica, chi può assumerla e come? Ecco tutto quello che c’è da sapere.
Che cos’è la cannabis terapeutica?
Si tratta di un tipo di cannabis prodotta esclusivamente per uso medico e terapeutico. Deriva dalle infiorescenze femminili contenenti i principi attivi centrali: il THC o delta-9- tetraidrocannabinolo, e il CBD o cannabidiolo. La produzione segue rigide norme, che ne garantiscono una qualità precisa e controllata ed evitano la formazione di muffe, batteri e contaminazioni da metalli pesanti o altri agenti inquinanti. Le piante vengono fatte crescere, quindi, senza l’uso di pesticidi e ogni passo della produzione deve attenersi scrupolosamente agli standard imposti dal Ministero della Salute che, nel settembre del 2014, ha sottoscritto un accordo col Ministero della Difesa per l’avvio di un Progetto pilota per la produzione nazionale di “sostanze e preparazioni di origine vegetale a base di cannabis per garantire l’unitarietà nell’impiego sicuro di preparazioni magistrali di sostanze di origine vegetale a base di cannabis, per evitare il ricorso a prodotti non autorizzati, contraffatti o illegali e per consentire l’accesso a tali terapie a costi adeguati”.
La produzione segue l’iter tradizionale di approvazione di un farmaco. Parlando di cannabis terapeutica, infatti, ci si riferisce a prodotti che necessitano di una prescrizione medica e che devono essere assunti secondo specifici dosaggi.
Come si assume?
Per ogni paziente, è possibile usare diverse modalità di assunzione. In particolare, la cannabis FM2 può essere assunta per via orale, come decotto, o per via inalatoria. È il medico che indica le modalità in cui il paziente deve fare uso della preparazione, a seconda della percentuale di THC e CBD che si intende prescrivere. Secondo le raccomandazioni fornite dal Ministero ai medici, nel caso in cui la cannabis terapeutica venga somministrata per via orale, chi la prescrive “indicherà al paziente la modalità e i tempi di preparazione del decotto, la quantità di cannabis FM2 e di acqua da utilizzare e il numero di somministrazioni nella giornata”. Se il medico lo ritiene opportuno, può essere usata anche la via inalatoria, mediante l’uso di un vaporizzatore ad aria calda e filtrata. Anche in questo caso, il medico indicherà al paziente la quantità di infiorescenze da usare, la distanza tra un’inalazione e la successiva e il numero totale di inalazioni da effettuare nella giornata.
Quali sono gli effetti collaterali?
L’Associazione Internazionale della Cannabis Medica distingue tra effetti fisici (come secchezza delle fauci, rossore agli occhi, debolezza muscolare) e psichici (tra cui euforia, alterata percezione del tempo, sedazione). Tali effetti sono in genere temporanei, si attenuano con la tolleranza e dipendono dal dosaggio. Per prevenirli si consiglia di iniziare con dosi basse, aumentare gradualmente e avviare la terapia in un ambiente controllato. Se assunta secondo le indicazioni mediche, la cannabis non ha finora mostrato effetti collaterali rilevanti. I rischi aumentano solo in presenza di dosaggi molto elevati o per interazioni con altre sostanze o condizioni cliniche particolari.
Quali sono le evidenze scientifiche?
Negli ultimi anni, e in particolare tra il 2020 e il 2025, sono emerse nuove evidenze scientifiche che rafforzano il ruolo della cannabis terapeutica in alcuni ambiti clinici. Gli studi più recenti confermano che nei pazienti affetti da dolore cronico, in particolare di tipo neuropatico, l’utilizzo di cannabis medica può portare a un miglioramento significativo della sintomatologia, con una riduzione dell’intensità del dolore e un buon profilo di tollerabilità se la terapia è ben titolata. Anche nella gestione della spasticità nella sclerosi multipla, i preparati orali a base di THC e CBD si sono dimostrati efficaci, con benefici mantenuti nel tempo e una ridotta incidenza di effetti collaterali severi. Le linee guida più autorevoli, come quelle dell’European Pain Federation, continuano a raccomandarne l’uso in casi selezionati, soprattutto quando le terapie convenzionali falliscono. Accanto a questi dati consolidati, la ricerca prosegue con nuove formulazioni sperimentali e studi di fase avanzata. La comunità scientifica riconosce sempre più alla cannabis medica un valore terapeutico reale, che richiede però una valutazione caso per caso, evitando generalizzazioni e facendo riferimento a protocolli clinici precisi.
La cannabis nel tempo: origine, storia e utilizzo
La storia della cannabis ha radici antiche. Secondo diversi studi, infatti, la sua coltivazione risale a oltre 10 mila anni fa, come dimostra il ritrovamento di alcuni semi fossilizzati, scoperti in una grotta in Romania. Secondo gli studiosi, l’origine della pianta risale alle prime società umane agricole dell’Asia Centrale, luogo in cui cresceva spontaneamente e da cui probabilmente si è diffusa, prima verso la Cina, poi verso Africa, Europa e America.
I ritrovamenti più antichi, che dimostrano l’uso di della canapa da parte dell’uomo, sono stati portati alla luce nell’isola di Taiwan, al largo delle coste cinesi, dove gli archeologi hanno scoperto un antico villaggio, risalente a circa 10mila anni fa. Tra i resti della città vi erano anche alcuni cocci di ceramica, decorati con la corda intrecciata e bagnata nell’argilla ancora fresca. Inoltre, erano presenti anche degli strumenti allungati, molto simili a quelli usati per staccare le fibre di cannabis dai loro steli. Per questo, i ricercatori sono abbastanza concordi nel far risalire l’uso della canapa fin dagli albori della storia. Antichi manoscritti cinesi accennano alle piantagioni e alla sua filatura, usata per creare vestiti e corde.
Il primo uso della cannabis in medicina risalirebbe all’imperatore cinese Shen Nung, che nel 2737 a.C. avrebbe scritto un trattato di farmacologia, in cui viene fatto riferimento anche al Ma, la parola cinese che indica la cannabis, consigliata per trattare casi di “disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi e debolezza mentale”. Intorno al 2000 a.C. anche gli antichi egizi avrebbero iniziato ad usare la pianta per curare gli occhi irritati: il papiro medico di Ebers suggerisce diversi rimedi, tra cui l’uso della cannabis macinata nel miele. Altri papiri egiziani fanno riferimento a questa sostanza, usata come medicinale.
Nello stesso periodo, gli ariani, antico popolo nomade che faceva uso di cannabis, penetrarono nel Subcontinente indiano. Proprio loro potrebbero aver portato in India le proprietà della pianta. Nei Veda, i testi sacri dell’Induismo, viene citata una sostanza usata nelle cerimonie religiose: in particolare, nell’Atharva Veda, la pianta viene indicata come utile per “liberare dall’ansia”. Gli effetti descritti fanno pensare che si tratti proprio della cannabis. Inoltre, la canapa veniva impiegata anche nella medicina ayurvedica, sviluppatasi fino in epoca moderna, come rimedio contro la lebbra o per favorire il sonno e sconfiggere il malumore.
Secondo gli studiosi, a portare la cannabis nel Nord Europa sarebbero stati gli sciiti, nomadi iraniani, di cui lo storico greco Erodoto, vissuto nel V secolo a.C., scrisse nelle sue Storie. Anche Plinio e Marco Polo parlano della coltivazione della cannabis e diverse testimonianze fanno pensare che la sostanza, diffusasi con le migrazioni delle tribù nomadi che dall’Asia Centrale si spinsero fino al Mediterraneo e in Europa, fosse usata sia come fibra che dal punto di vista ricreativo. La canapa viene citata anche nel trattato del medico di Nerone, risalente al 70 d.C., e nel documento di Galeno (II secolo), in cui viene indicata come rimedio contro l’aria nello stomaco, il mal d’orecchi e altri dolori.
Nel Medioevo continua la coltivazione e la diffusione della cannabis, soprattutto grazie alla grande richiesta di corde, fondamentali per le flotte italiane (in particolare quella veneziana) ed europee. Nel 1200, Papa Giovanni XXI, che fu anche un medico, inserì la cannabis all’interno di un trattatello di medicina, indicandola come rimedio contro l’otite. Ma la crescita del potere ecclesiastico legato al Cristianesimo riuscì a cancellare diversi culti e riti, tra cui anche l’uso della cannabis, vietata in diverse parti d’Europa durante il Sacro Romano Impero. Le imposizioni di Papa Innocenzo VIII, che nel 1484 la definì malefica e vietò di usarla per ricavarne medicine, non riuscirono però a impedirne la diffusione nel Nord Europa.
A riportare la cannabis al centro della storia fu Napoleone Bonaparte, che nel 1798 invase l’Egitto per indebolire la Gran Bretagna. Lì, i soldati francesi riscoprirono la cannabis e l’imperatore emanò un decreto per vietare di “bere il forte liquore fatto dai musulmani con un erba detta Hashish e fumare le foglie della cannabis”. Ma le due sostanze vennero riportate in Europa e si diffusero ben presto per i loro effetti psicoattivi, soprattutto tra gli scrittori francesi.
In seguito, grazie al medico irlandese William Brooke O’Shaughnessy, in Occidente si diffuse l’uso terapeutico della cannabis. Egli trascorse in India molti anni, durante i quali studiò le applicazioni mediche della pianta e pubblicò i primi articoli, in cui ne raccomandava l’uso a scopo terapeutico. Nel 1839 scrisse una relazione in cui sottolineò gli usi e i benefici della sostanza, testimoniati dai successi osservati nel trattamento di reumatismi, epilessia e tetano. Nel testo, O’Shaughnessy definisce la cannabis “il perfetto rimedio anticonvulsivo”. Quando tornò in Inghilterra, nel 1841, portò con sé la cannabis indica, introducendola nella medicina occidentale, consigliandola a medici e farmacisti. Ben presto, anche negli Stati Uniti, la cannabis si diffuse per la cura di diverse malattie.
Dai vestiti, alle corde, fino al trattamento del dolore, la cannabis nel corso della sua lunga storia ha svolto numerosi compiti, adempiendo agli usi più disparati, tra cui quello terapeutico, già conosciuto molti anni fa. Le testimonianze antiche dimostrano che questa pianta, che oggi sta tornando al centro del dibattito medico-scientifico, era già conosciuta e utilizzata migliaia di anni fa, in tutte le popolazioni della terra.