Approfondimento ·

Emicrania cronica farmacoresistente: case report sull’olio di cannabis

Un caso clinico seguito dal Dott. Michele Antonelli

Pubblicato il
22 Aprile 2026
In sintesi
  • Un case report descrive una donna di 57 anni con emicrania cronica resistente a numerose terapie. Un olio bilanciato THC:CBD, titolato e monitorato per sei mesi, è stato associato a meno giorni di cefalea, minore dolore e miglioramenti di sonno e qualità di vita. Il singolo caso non sostituisce studi controllati.

L’emicrania cronica non è un semplice mal di testa ricorrente. Per molte persone significa notti compromesse, energie ridotte e una qualità di vita che si restringe mese dopo mese. Quando poi i trattamenti convenzionali non bastano, o non sono tollerati, il problema diventa ancora più difficile da gestire.

In queste case report, il Dott. Michele Antonelli, la Dott.ssa Elena Mazzoleni e il Dott. Davide Donelli hanno documentato il percorso clinico di una paziente arrivata in CLINN dopo il fallimento di diverse terapie convenzionali. Si tratta di una donna di 57 anni con emicrania cronica farmacoresistente che ha ottenuto un miglioramento clinicamente rilevante con un olio di cannabis bilanciato THC:CBD, introdotto gradualmente e seguito nel tempo proprio dal Dott. Antonelli.

Un caso clinico complesso

Il valore di questo case report sta prima di tutto nel profilo della paziente, perché si trattava di una persona con una storia clinica complessa. La donna descritta nel lavoro soffriva di cefalea da molti anni, con un attacco emicranico diventato ancora più significativo con l’arrivo della menopausa. Al momento della prima valutazione riferiva in media 18-20 giorni di mal di testa al mese, spesso con attacchi prevalenti nelle ore notturne, associati a nausea e talvolta aura visiva.

Nel tempo erano stati tentati numerosi approcci. Sul piano sintomatico, paracetamolo, FANS e triptani avevano dato benefici parziali o limitati, con problemi di abuso dei farmaci e con la necessità di ridurre alcuni trattamenti anche per la presenza di calcoli renali ricorrenti. Sul piano preventivo, erano già stati provati beta-bloccanti, calcio-antagonisti, antidepressivi, anticonvulsivanti, galcanezumab e tossina botulinica, senza un controllo soddisfacente dei sintomi. Anche alcuni approcci non farmacologici, come fisioterapia, osteopatia, massaggi, agopuntura e modifiche dietetiche, avevano dato un sollievo solo transitorio.

La terapia con cannabis assegnata

La paziente è stata trattata con una formulazione di olio contenente 5 mg/mL di THC e 5 mg/mL di CBD, preparata in farmacia galenica a partire da Tilray 10:10 e diluita con olio MCT. Il trattamento è stato avviato con 5 gocce la sera dopo cena, prima di dormire, con un incremento progressivo di 5 gocce a settimana in base alla tollerabilità e alla risposta clinica, fino a un massimo previsto di 40 gocce al giorno. Nelle prime settimane erano previsti anche follow-up in telemedicina per accompagnare la titolazione e monitorare eventuali effetti indesiderati.

I risultati osservati

Gli autori di questo case report hanno valutato l’andamento clinico della paziente utilizzando diversi indicatori: il numero di giorni di cefalea al mese, la scala NPRS per il dolore, la Single-Item Sleep Quality Scale per la qualità del sonno e la EQ5D per la qualità di vita. Al basale, la paziente riportava 20 giorni di mal di testa al mese, un dolore pari a 6 su 10, una qualità del sonno di 6 su 10 e una qualità di vita di 70 su 100.

Dopo un mese di trattamento, il quadro era migliorato in modo marcato: i giorni di cefalea erano scesi a 10 al mese, il dolore a 2 su 10, il sonno era salito a 10 su 10 e la qualità di vita a 95 su 100. A tre mesi si è osservato un peggioramento parziale, con 14 giorni di cefalea al mese, dolore 4 su 10 e una riduzione di alcuni parametri. Dopo l’aggiustamento del dosaggio a 40 gocce al giorno, al controllo dei sei mesi si è registrato un nuovo miglioramento: 8 giorni di mal di testa al mese, dolore 2 su 10, qualità del sonno 9 su 10 e qualità di vita 90 su 100. Sono dati che meritano attenzione perché restituiscono una misura concreta del beneficio percepito dalla paziente.

Un aspetto importante: il miglioramento non è stato lineare

C’è un elemento che vale la pena sottolineare: dopo il netto miglioramento iniziale, la paziente ha avuto una fase di peggioramento al terzo mese. Gli autori collegano questo andamento anche alla sua storia clinica personale, caratterizzata da un peggioramento estivo dell’emicrania, probabilmente favorito da luce intensa e temperature elevate. È stato necessario quindi rivedere il dosaggio per recuperare il beneficio clinico.

Questo punto è utile per ricordare che la terapia, a volte, richiede correzioni, osservazione e tempo. Questo conferma che la differenza la fa spesso la qualità della gestione clinica più che l’aspettativa iniziale sul trattamento.

Tollerabilità: cosa emerge da questo caso

Nel case report, la tollerabilità è stata buona. L’olio veniva assunto soltanto la sera e la paziente ha riferito una lieve sedazione, percepita però come favorevole e non come un effetto negativo, anche perché gli attacchi si presentavano soprattutto di notte e la qualità del sonno era uno degli aspetti più compromessi. Gli autori precisano inoltre che non sono stati riportati sedazione diurna, alterazioni cognitive o modifiche dello stato di coscienza.

Questo dato assume ancora più rilievo se letto insieme alla storia clinica precedente: la paziente aveva già sperimentato con gli oppioidi nebbia mentale, nausea e stipsi, elementi che ne avevano fortemente limitato la tollerabilità.

Perché si parla di sistema endocannabinoide e dolore nociplastico

Nella presentazione di questo caso clinico, gli autori richiamano il possibile ruolo del sistema endocannabinoide nella modulazione del dolore, dell’infiammazione e dell’eccitabilità neuronale. Inseriscono inoltre il tema del dolore nociplastico, cioè di una forma di dolore legata a un’alterata elaborazione dei segnali nocicettivi, senza un danno tissutale evidente proporzionato ai sintomi. In questa cornice, i cannabinoidi vengono considerati come una possibile leva terapeutica nei pazienti in cui le strategie convenzionali non sono riuscite a controllare adeguatamente la sintomatologia.

Cosa può insegnare questo studio a chi soffre di emicrania cronica

Ovviamente servono studi controllati per chiarire meglio efficacia, sicurezza e strategie di dosaggio, ma davanti a forme farmacoresistenti di emicrania, può avere senso chiedere una valutazione specialistica per capire se esistono opzioni integrative ancora percorribili. Questo caso mostra che anche una paziente con una lunga storia di fallimenti terapeutici ha potuto beneficiare di un percorso costruito in modo personalizzato, con dosaggi graduali, rivalutazioni periodiche e obiettivi concreti legati non solo al dolore, ma anche al sonno e alla qualità di vita.

Domande frequenti

Quale paziente è stata descritta nel case report sull’emicrania?
Il caso riguarda una donna di 57 anni con 18-20 giorni mensili di cefalea, spesso notturna, nausea e talvolta aura. Aveva già provato numerosi trattamenti sintomatici, preventivi e non farmacologici senza ottenere un controllo soddisfacente o una tollerabilità adeguata.
Come è stata impostata la terapia con olio di cannabis?
È stato impiegato un olio galenico bilanciato con 5 mg/ml di THC e 5 mg/ml di CBD. La paziente ha iniziato con cinque gocce serali, aumentando gradualmente secondo risposta e tollerabilità, con controlli in telemedicina durante la fase di titolazione.
Quali risultati sono stati osservati dopo sei mesi?
Al controllo finale i giorni di cefalea erano scesi da 20 a 8 al mese e il dolore da 6/10 a 2/10. Anche sonno e qualità di vita risultavano migliori rispetto al basale, dopo un aggiustamento della dose seguito a un peggioramento temporaneo al terzo mese.
Perché il miglioramento della paziente non è stato lineare?
Dopo la risposta iniziale si è verificata una ricaduta parziale, compatibile anche con il consueto peggioramento estivo riferito dalla paziente. La rivalutazione clinica e l’aumento progressivo fino alla dose prevista hanno consentito di recuperare parte del beneficio al sesto mese.
Quali limiti ha un singolo case report sull’olio di cannabis?
Documenta in dettaglio una risposta individuale, ma non dimostra che lo stesso risultato si ripeta in tutti i pazienti. Gli autori richiamano la necessità di studi controllati su efficacia, sicurezza e dosaggio; il caso sostiene soprattutto il valore di titolazione, monitoraggio e obiettivi misurabili.