Prima o poi la domanda arriva sempre: "ma perché devo passare dalla farmacia, quando potrei coltivarmi due piante sul balcone e risparmiare?". È una domanda comprensibile, dettata spesso dalla reperibilità e dai costi della cannabis terapeutica. Così, l'idea di farsi la propria scorta in casa sembra la mossa più giusta. Il guaio è che non lo è.
Per un paziente, l'autocoltivazione non risolve niente: nella migliore delle ipotesi non serve a nulla, nella peggiore fa danni. E il rischio legale, che è sempre da tenere presente, è quasi l'ultimo dei problemi. Ma andiamo per ordine e partiamo da quello che dovrebbe preoccuparti davvero.
Non sai le quantità di principio attivo che assumi
Quando un medico prescrive cannabis a uso terapeutico, indica sempre un dosaggio, perché in terapia conta la quantità di principio attivo che entra nel tuo corpo. È esattamente questo che distingue un farmaco da una qualsiasi erba.
Questo è possibile tramite i processi di standardizzazione che permettono di avere la percentuale certificata di cannabinoidi nelle infiorescenze così come negli oli, misurata in laboratorio lotto per lotto. È la cosa che ti permette sempre di sapere cosa stai prendendo e in che quantità.
Una pianta coltivata a casa non darà mai questa certezza. Anche due piante identiche, nello stesso terriccio, possono finire per avere concentrazioni di principio attivo molto diverse: dipende dalla luce, dalla temperatura, da come e quando le raccogli e da mille altri fattori.
La pianta assorbe quello che trova nel terreno
La cannabis è una pianta iperaccumulatrice: assorbe dal suolo i metalli pesanti e li concentra nei propri tessuti. Lo fa così bene che viene studiata e usata per bonificare i terreni inquinati. Uno studio pubblicato su PubMed la cita tra le piante capaci di accumulare piombo, cadmio e mercurio dal suolo contaminato (Ahmad et al., 3 Biotech, 2014).
Coltivare delle piante di cannabis o acquistarla al mercato nero espone le persone a rischi molto simili. E oltre ai metalli, bisogna anche tenere conto di residui dei pesticidi e delle muffe - l'Aspergillus in particolare – che si presentano facilmente quando viene essiccato il raccolto in casa senza i giusti accorgimenti.
Un problema anche legale
C'è chi liquida la questione legale nascondendosi dietro al dito. Dal 2019 la Cassazione distingue due scenari. La coltivazione fatta in grande (tante piante, impianti, attrezzature da professionista) è sempre reato secondo l'art. 73 del Testo Unico sugli stupefacenti. La piccola coltivazione domestica (poche piante, mezzi rudimentali, nessun segno che il prodotto finisca sul mercato, tutto destinato all’uso personale) potrebbe non essere considerata tale.
Potrebbe, appunto. A valutare il caso sarebbe sempre un giudice e le sentenze degli ultimi anni vanno in direzioni opposte: c'è chi è stato assolto e chi condannato per situazioni che, viste da fuori, sembravano simili. Chi coltiva "per uso personale" non ha nessuna garanzia in tal senso. Sta scommettendo su come un magistrato leggerà la sua storia a posteriori.
La strada legale e sicura esiste già
L'autocoltivazione prova a risolvere un problema – quello dell’accesso alla cannabis - e finisce per crearne tre: non conosci il dosaggio, non sai cosa hai usato e ti giochi una posizione penale incerta.
In Italia la cannabis a uso medico si ottiene per vie tracciate, ossia la prescrizione medica e l’acquisto in farmacia. È l'unico modo per avere ciò che il vaso sul balcone non potrà mai dare.
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