L’emicrania cronica non è un semplice mal di testa ricorrente. Per molte persone significa notti compromesse, energie ridotte e una qualità di vita che si restringe mese dopo mese. Quando poi i trattamenti convenzionali non bastano, o non sono tollerati, il problema diventa ancora più difficile da gestire.
In queste case report, il Dott. Michele Antonelli, la Dott.ssa Elena Mazzoleni e il Dott. Davide Donelli hanno documentato il percorso clinico di una paziente arrivata in CLINN dopo il fallimento di diverse terapie convenzionali. Si tratta di una donna di 57 anni con emicrania cronica farmacoresistente che ha ottenuto un miglioramento clinicamente rilevante con un olio di cannabis bilanciato THC:CBD, introdotto gradualmente e seguito nel tempo proprio dal Dott. Antonelli.
Un caso clinico complesso
Il valore di questo case report sta prima di tutto nel profilo della paziente, perché si trattava di una persona con una storia clinica complessa. La donna descritta nel lavoro soffriva di cefalea da molti anni, con un attacco emicranico diventato ancora più significativo con l’arrivo della menopausa. Al momento della prima valutazione riferiva in media 18-20 giorni di mal di testa al mese, spesso con attacchi prevalenti nelle ore notturne, associati a nausea e talvolta aura visiva.
Nel tempo erano stati tentati numerosi approcci. Sul piano sintomatico, paracetamolo, FANS e triptani avevano dato benefici parziali o limitati, con problemi di abuso dei farmaci e con la necessità di ridurre alcuni trattamenti anche per la presenza di calcoli renali ricorrenti. Sul piano preventivo, erano già stati provati beta-bloccanti, calcio-antagonisti, antidepressivi, anticonvulsivanti, galcanezumab e tossina botulinica, senza un controllo soddisfacente dei sintomi. Anche alcuni approcci non farmacologici, come fisioterapia, osteopatia, massaggi, agopuntura e modifiche dietetiche, avevano dato un sollievo solo transitorio.
La terapia con cannabis assegnata
La paziente è stata trattata con una formulazione di olio contenente 5 mg/mL di THC e 5 mg/mL di CBD, preparata in farmacia galenica a partire da Tilray 10:10 e diluita con olio MCT. Il trattamento è stato avviato con 5 gocce la sera dopo cena, prima di dormire, con un incremento progressivo di 5 gocce a settimana in base alla tollerabilità e alla risposta clinica, fino a un massimo previsto di 40 gocce al giorno. Nelle prime settimane erano previsti anche follow-up in telemedicina per accompagnare la titolazione e monitorare eventuali effetti indesiderati.
I risultati osservati
Gli autori di questo case report hanno valutato l’andamento clinico della paziente utilizzando diversi indicatori: il numero di giorni di cefalea al mese, la scala NPRS per il dolore, la Single-Item Sleep Quality Scale per la qualità del sonno e la EQ5D per la qualità di vita. Al basale, la paziente riportava 20 giorni di mal di testa al mese, un dolore pari a 6 su 10, una qualità del sonno di 6 su 10 e una qualità di vita di 70 su 100.
Dopo un mese di trattamento, il quadro era migliorato in modo marcato: i giorni di cefalea erano scesi a 10 al mese, il dolore a 2 su 10, il sonno era salito a 10 su 10 e la qualità di vita a 95 su 100. A tre mesi si è osservato un peggioramento parziale, con 14 giorni di cefalea al mese, dolore 4 su 10 e una riduzione di alcuni parametri. Dopo l’aggiustamento del dosaggio a 40 gocce al giorno, al controllo dei sei mesi si è registrato un nuovo miglioramento: 8 giorni di mal di testa al mese, dolore 2 su 10, qualità del sonno 9 su 10 e qualità di vita 90 su 100. Sono dati che meritano attenzione perché restituiscono una misura concreta del beneficio percepito dalla paziente.
Un aspetto importante: il miglioramento non è stato lineare
C’è un elemento che vale la pena sottolineare: dopo il netto miglioramento iniziale, la paziente ha avuto una fase di peggioramento al terzo mese. Gli autori collegano questo andamento anche alla sua storia clinica personale, caratterizzata da un peggioramento estivo dell’emicrania, probabilmente favorito da luce intensa e temperature elevate. È stato necessario quindi rivedere il dosaggio per recuperare il beneficio clinico.
Questo punto è utile per ricordare che la terapia, a volte, richiede correzioni, osservazione e tempo. Questo conferma che la differenza la fa spesso la qualità della gestione clinica più che l’aspettativa iniziale sul trattamento.
Tollerabilità: cosa emerge da questo caso
Nel case report, la tollerabilità è stata buona. L’olio veniva assunto soltanto la sera e la paziente ha riferito una lieve sedazione, percepita però come favorevole e non come un effetto negativo, anche perché gli attacchi si presentavano soprattutto di notte e la qualità del sonno era uno degli aspetti più compromessi. Gli autori precisano inoltre che non sono stati riportati sedazione diurna, alterazioni cognitive o modifiche dello stato di coscienza.
Questo dato assume ancora più rilievo se letto insieme alla storia clinica precedente: la paziente aveva già sperimentato con gli oppioidi nebbia mentale, nausea e stipsi, elementi che ne avevano fortemente limitato la tollerabilità.
Perché si parla di sistema endocannabinoide e dolore nociplastico
Nella presentazione di questo caso clinico, gli autori richiamano il possibile ruolo del sistema endocannabinoide nella modulazione del dolore, dell’infiammazione e dell’eccitabilità neuronale. Inseriscono inoltre il tema del dolore nociplastico, cioè di una forma di dolore legata a un’alterata elaborazione dei segnali nocicettivi, senza un danno tissutale evidente proporzionato ai sintomi. In questa cornice, i cannabinoidi vengono considerati come una possibile leva terapeutica nei pazienti in cui le strategie convenzionali non sono riuscite a controllare adeguatamente la sintomatologia.
Cosa può insegnare questo studio a chi soffre di emicrania cronica
Ovviamente servono studi controllati per chiarire meglio efficacia, sicurezza e strategie di dosaggio, ma davanti a forme farmacoresistenti di emicrania, può avere senso chiedere una valutazione specialistica per capire se esistono opzioni integrative ancora percorribili. Questo caso mostra che anche una paziente con una lunga storia di fallimenti terapeutici ha potuto beneficiare di un percorso costruito in modo personalizzato, con dosaggi graduali, rivalutazioni periodiche e obiettivi concreti legati non solo al dolore, ma anche al sonno e alla qualità di vita.

