La neuropatia periferica indotta da chemioterapia è un effetto collaterale comune di molti farmaci antitumorali, caratterizzato da danni ai nervi periferici. I pazienti possono avvertire formicolio, intorpidimento, dolore, ipersensibilità al freddo e perdita di sensibilità alle estremità. Questi sintomi possono compromettere la qualità di vita e, nei casi gravi, portare a riduzioni di dose o sospensione della chemioterapia. Purtroppo, i trattamenti convenzionali per la neuropatia da chemio spesso offrono benefici limitati.
Di fronte a questa necessità medica, c’è crescente interesse verso la cannabis terapeutica e i suoi componenti per il potenziale effetto analgesico e neuroprotettivo. La cannabis è già impiegata per alleviare dolore neuropatico in altre condizioni e per i sintomi in pazienti oncologici quali dolore, nausea, inappetenza. Diversi studi preclinici suggeriscono che THC e CBD possano attenuare la neuropatia da chemioterapici nei modelli animali. Di seguito esaminiamo le evidenze cliniche disponibili – in particolare studi sull’uomo come trial randomizzati controllati (RCT) e meta-analisi – sull’efficacia della cannabis terapeutica nel trattamento o prevenzione della neuropatia da chemio.
Evidenze da studi clinici controllati
Diversi studi clinici randomizzati hanno valutato preparati a base di cannabis (o cannabinoidi) in pazienti affetti da neuropatia da chemio, sebbene la maggior parte siano studi pilota di piccole dimensioni. I risultati finora sono contrastanti:
- Spray THC/CBD (nabiximols) – RCT crossover 2014: uno dei primi studi pilota (16 pazienti) ha confrontato un estratto orale di THC/CBD con placebo in pazienti con dolore neuropatico da chemio. Nel complesso non si osservarono differenze significative nell’intensità del dolore neuropatico tra cannabis e placebo. Tuttavia, un’analisi esplorativa dei “responder” indicò che circa 5 pazienti dovevano essere trattati per ottenere un miglioramento clinico significativo in uno di essi (riduzione ≥2 punti del dolore su scala 0-10), suggerendo un possibile segnale di efficacia in un sottogruppo. Gli autori conclusero che valeva la pena investigare ulteriormente con studi più ampi.
- Capsule orali CBD+THC – RCT pilota 2025 (Haney et al.): uno studio randomizzato su 12 pazienti con neuropatia dolorosa da taxani (tipicamente in pazienti con carcinoma mammario) ha testato capsule orali contenenti CBD (100 mg) e THC (5 mg) assunte tre volte al giorno (totale ~300 mg CBD + 15 mg THC al dì) vs placebo per 8 settimane. Tutte le partecipanti (donne, ~51 anni di età media) hanno completato lo studio. Entrambi i gruppi (cannabis e placebo) hanno riportato un miglioramento nel tempo in parametri come dolore, interferenza del dolore con le attività, qualità del sonno e benessere funzionale, indicando un marcato effetto placebo. Gli autori raccomandano studi più ampi e con vari dosaggi per trarre conclusioni definitive, dato l’interesse preclinico e l’ampio uso “fai da te” della cannabis tra i pazienti oncologici.
- Gelcaps orali CBD+THC – RCT 2025 (Weiss et al.): uno studio più recente ha randomizzato 46 pazienti (43 completati) con CIPN sensitivo-motoria di grado 2–3 dopo trattamenti con taxani o platino, a ricevere capsule di estratto di cannabis (CBD ~125 mg + THC ~6–10 mg al giorno) vs placebo per 12 settimane. In questo trial, l’analisi primaria non ha rilevato differenze statisticamente significative tra il gruppo trattato e il placebo nei punteggi totali di neuropatia dopo 12 settimane. In altri termini, la cannabis non ha ridotto in modo netto i sintomi neuropatici globali rispetto al placebo (probabilmente complice la scarsa numerosità del campione, inferiore al previsto). Tuttavia, in analisi secondarie sono emersi spunti interessanti: il sottopunteggio sensoriale medio della CIPN (es. valutazione di intorpidimento, formicolio, capacità di percepire il tatto, ecc.) è migliorato in misura maggiore nel gruppo cannabis rispetto al placebo. Inoltre, test neurologici oggettivi hanno mostrato un miglioramento della sensibilità tattile leggera e vibratoria ai piedi nei pazienti trattati con cannabis rispetto ai controlli, sebbene questo risultato fosse solo vicino alla significatività statistica. È però necessario confermare tali risultati con trial più grandi e meglio potenziati, esplorando magari dosaggi superiori di THC e includendo anche pazienti di sesso maschile (nel campione c’erano quasi solo donne).
Nota importante. Ad oggi non risultano pubblicate meta-analisi specifiche focalizzate unicamente su cannabis e CIPN, presumibilmente a causa del numero finora esiguo di studi disponibili. Nelle metanalisi più generali sui cannabinoidi per il dolore neuropatico cronico (che includono vari tipi di neuropatie), si osserva in genere un beneficio analgesico moderato rispetto al placebo, ma con evidenze di qualità non elevata e risultati eterogenei dovuti all’alto tasso di risposta placebo e alle differenze tra preparati studiati.
Limiti della letteratura scientifica attuale
Nonostante l’interesse per la cannabis terapeutica, le prove scientifiche sull’efficacia nella neuropatia da chemio sono ancora limitate e non definitive. Gli studi disponibili sono ancora pochi e i campioni ridotti, spesso insufficienti per dare una potenza statistica adeguata. Ne consegue che i risultati sono eterogenei e, a volte, contradditori.
C’è da tenere in considerazione anche l’eterogeneità di preparati e dosaggi: estratti con rapporti THC:CBD variabili, formulazioni orali (olio, capsule), spray sublinguali, infiorescenze da vaporizzare e persino creme topiche. Ogni studio ha utilizzato un prodotto diverso, rendendo arduo il confronto diretto. Questa mancanza di standardizzazione complica l’interpretazione: un fallimento in un trial col solo CBD non significa che una preparazione bilanciata THC/CBD sarebbe inefficace, e viceversa. Servirebbero studi per identificare il giusto dosaggio e rapporto THC:CBD ottimale per la CIPN – ad oggi un’incognita.
Al momento nessun trattamento standard è chiaramente efficace per la complicanza neurologica della chemioterapia. I limiti metodologici richiedono che si proceda con cautela nell’interpretare i dati. È incoraggiante notare che la sicurezza sembra adeguata e che alcuni pazienti riferiscono sollievo, ma è fondamentale approfondire la ricerca: sono necessari studi clinici controllati più ampi. Solo così potremo offrire ai pazienti oncologici trattamenti basati sull’evidenza per gestire questa debilitante complicanza della chemio.
In conclusione, l’uso medico della cannabis per la CIPN è ancora sperimentale, con benefici possibili ma non garantiti, e va intrapreso sotto stretta supervisione medica valutando caso per caso.

