In Italia una parte rilevante delle persone che utilizza cannabisnon lo fa per svago, ma per gestire dei sintomi di un problema. Questo dato di fatto, tuttavia, continua a rimanere ai margini del dibattito pubblico, che oscilla tra letture incomplete e spesso strumentalizzate.
Sul tema esiste una polarizzazione che ignora il bisogno reale di chi utilizza cannabis come strumento di automedicazione e continua così a lasciare le persone senza riferimenti chiari su sicurezza, limiti e rischi. È proprio la mancanza di comunicazione e il reiterato proibizionismo che porta molte persone a muoversi di nascosto, affidandosi al pericoloso mercato nero o lasciandosi ammaliare da prodotti privi di controlli e benefici.
Secondo una ricerca SWG, l’84% degli italiani sa che la cannabis terapeutica è legale, ma solo una minoranza conosce concretamente le modalità di accesso, prescrizione e ritiro in farmacia.
La distanza tra la conoscenza del tema e la consapevolezza del percorso è uno dei principali fattori di confusione.
In questo contesto, CLINN promuove una cultura dell’uso consapevole della cannabis. Abbandonando le polarizzazioni a favore di un approccio informativo e sanitario che tenga insieme tre obiettivi: tutela della salute, riduzione dei rischi e chiarezza normativa. Uso consapevole significa esattamente questo: dare alle persone strumenti per distinguere ciò che è controllato e sicuro da ciò che non lo è.
Oltre le semplificazioni, serve un approccio informato
C’è anche una narrazione commerciale per alcuni prodotti in libera vendita che fa leva sui concetti di naturale e “light”. Qui l’errore è far passare un messaggio sottinteso: “Se è naturale, puoi gestirla da solo”. È una scorciatoia comunicativa che produce confusione su tre livelli:
- Confusione tra categorie diverse. Cannabis terapeutica, prodotti a base di CBD, infiorescenze vendute in zone grigie: spesso finisce tutto nello stesso calderone. Ma per il cittadino questo significa una cosa pericolosa: credere che ciò che trova fuori dal canale medico sia comparabile, anche solo in parte, a ciò che è prescritto e dispensato in farmacia. Non lo è!
- Sottovalutazione dei rischi. “Naturale” non è sinonimo di “privo di effetti”. Quando una sostanza incide su sonno, ansia, dolore, attenzione o umore, entrano in gioco variabili come dosaggi, frequenza, via di assunzione e, soprattutto, possibili interazioni con farmaci o condizioni di fragilità. Questo aspetto diventa ancora più rilevante se si considera il profilo reale delle persone che si rivolgono a un percorso terapeutico strutturato: nel database clinico CLINN, oltre il 33% dei pazienti ha più di 65 anni e il 57% è rappresentato da donne, spesso con condizioni croniche complesse. Questo dato evidenzia come il tema non riguardi un consumo occasionale, ma situazioni di salute strutturate e fragilità cliniche.
- Assenza di responsabilità clinica. La narrazione commerciale non può sostituire la valutazione medica: non inquadra il paziente, non monitora l’efficacia, non gestisce gli effetti avversi. Nel migliore dei casi offre un prodotto; nel peggiore offre una promessa ingannevole di soluzione.
Questa banalizzazione è particolarmente insidiosa perché rassicurando le persone, le spinge verso l’autogestione.
Oltre il 60% degli italiani (Fonte SWG) dichiara di avere informazioni confuse o incomplete sulla cannabis terapeutica. Una parte significativa non distingue chiaramente tra cannabis prescritta in ambito medico e prodotti a base di CBD venduti nel mercato libero. La mancanza di chiarezza favorisce il ricorso a soluzioni autonome, spesso senza un reale inquadramento clinico.
Mercato nero: un rischio sanitario prima ancora che legale
Quando si parla di mercato nero della cannabis, l’attenzione si concentra quasi sempre sull’aspetto giuridico. Questo piano esiste ed è rilevante, ma non è il rischio principale per chi utilizza cannabis per gestire un sintomo. Il rischio maggiore è sanitario, ed è legato a un fattore chiave: non è possibile sapere cosa si sta realmente assumendo, né in termini di principio attivo né in termini di sostanze indesiderate.
Uno degli aspetti più critici riguarda la presenza di contaminanti, non sempre percepibili al gusto o all’olfatto, ma dannosi per la salute. Nelle coltivazioni illegali vengono frequentemente usati pesticidi ad alto potenziale tossicologico e possono essere presenti muffe e contaminazioni microbiologiche, ma anche metalli pesanti come piombo, cadmio, mercurio e arsenico. A questi elementi si aggiunge un ulteriore problema: l’imprevedibilità del contenuto di THC e CBD. Nel mercato nero non esiste titolazione. Questo significa che due quantità visivamente identiche possono avere concentrazioni di principio attivo completamente diverse. Dal punto di vista clinico, questa imprevedibilità è un fattore di rischio a tutti gli effetti, soprattutto quando sono presenti patologie croniche o quando si assumono altri farmaci.
Un altro grande problema del mercato nero è rappresentato dai cannabinoidi sintetici, ovvero delle sostanze create in laboratorio che imitano l’azione dei cannabinoidi presenti nella cannabis, i cui effetti possono essere molto diversi e più pericolosi. Queste sostanze agiscono in modo più forte e meno prevedibile sui recettori del cervello. Per questo, oltre agli effetti di euforia, possono comparire con maggiore facilità reazioni intense e indesiderate, come forte agitazione, paranoia, allucinazioni, confusione mentale e comportamenti disorganizzati. In alcuni casi, questi sintomi possono assomigliare a vere e proprie crisi psicotiche.
Non essendo standardizzati né monitorati, i cannabinoidi sintetici possono causare intossicazioni più frequenti, con effetti che variano molto da una dose all’altra e che sono difficili da prevedere o gestire. Un altro aspetto critico riguarda la dipendenza. I cannabinoidi sintetici possono indurre più facilmente assuefazione e, in caso di sospensione, sintomi di astinenza come irritabilità, ansia, insonnia e forte disagio psicologico.
Per questi motivi, è importante distinguere tra cannabis utilizzata in contesti medici e sostanze sintetiche assunte in modo improvvisato. L’assenza di controllo medico espone a effetti collaterali più gravi e a un maggiore rischio di dipendenza, rendendo queste sostanze incompatibili con un uso consapevole e orientato alla tutela della salute.
Cosa intendiamo per “uso consapevole”
Quando CLINN parla di uso consapevole della cannabis, non si riferisce a un atteggiamento morale né a una generica attenzione, ma a un insieme di criteri pratici che permettono a una persona di orientarsi in modo informato quando la cannabis entra in relazione con la propria salute.
Uno dei pilastri dell’uso consapevole è la capacità di distinguere tra ciò che rientra in un percorso serio regolamentato e ciò che non lo è. La cannabis terapeutica è un farmaco a tutti gli effetti: viene prescritta da un medico, preparata in farmacia, sottoposta a controlli su qualità, titolazione dei cannabinoidi e contaminanti. Questo consente di ragionare su dosaggi, effetti, tollerabilità e continuità nel tempo e avere dei veri risultati a tutto vantaggio della qualità di vita.
I prodotti non standardizzati, al contrario, non garantiscono queste caratteristiche e non offrono le stesse certezze. Va chiarito il loro limite: non possono essere trattati come equivalenti a una terapia, né sostituirla in sicurezza.
Fornire informazioni corrette su rischi, limiti e responsabilità è il nostro obiettivo. Perché, per noi di CLINN, informare significa rendere le persone capaci di valutare le conseguenze delle proprie scelte, invece di subirle passivamente.
Una domanda che definisce la direzione
Per cosa stai utilizzando la cannabis?
La differenza non sta nella frequenza dell’utilizzo, ma nell’obiettivo.
Se l’uso serve a dormire, a ridurre l’ansia, a controllare il dolore, a rendere sostenibili le giornate, allora bisogna prendere consapevolezza che non si è più nell’ambito dell’esperienza ricreativa. Si è già entrati, di fatto, in una gestione del sintomo.
Continuare a muoversi per tentativi è improvvisazione. E l’improvvisazione, quando entra in gioco la salute, ha un costo altissimo. È per questo che CLINN promuove l’uso consapevole della cannabis: solo uso medico, su prescrizione e dispensata in farmacia.
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