La ricerca sulla cannabis terapeutica negli ultimi anni ha compiuto passi avanti significativi, ma uno dei campi in cui l’interesse scientifico è cresciuto più rapidamente è quello delle malattie neurodegenerative, come il Parkinson. Lo scorso 6 novembre 2025 è stata pubblicata su MDPI una nuova overview delle meta-analisi disponibili che riassume i risultati dei principali studi che hanno valutato l’efficacia dei cannabinoidi nei pazienti affetti da Parkinson.
L’importanza di questo studio
Nonostante la crescente popolarità dei cannabinoidi come trattamento complementare, le evidenze cliniche sul loro uso nel Parkinson restano ancora frammentarie. Alcuni pazienti riportano miglioramenti della rigidità, del dolore, del sonno e dello stato emotivo; altri, invece, non osservano benefici rilevanti. Da qui l’utilità di una revisione così ampia: mettere ordine tra i diversi studi, evidenziando dove esistono dati solidi e dove invece serve ancora ricerca.
Gli autori hanno analizzato oltre 900 pubblicazioni iniziali, selezionando 7 meta-analisi di studi clinici e preclinici, includendo soprattutto trial clinici randomizzati (RCT), la tipologia di studio più affidabile in medicina. L’obiettivo era valutare con occhio critico l’effetto dei cannabinoidi su sintomi neurologici, dolore e performance motoria. Uno dei dati più chiari riguarda la gestione del dolore, un sintomo spesso sottovalutato ma molto frequente nei pazienti con Parkinson: i cannabinoidi risultano efficaci nel ridurlo, migliorando la qualità di vita in modo significativo.
La parte preclinica degli studi, condotti su modelli animali, ha evidenziato: miglioramenti della funzione motoria, una migliore performance ai test del rotarod, tempi ridotti nel pole test. Questi dati non possono essere automaticamente estesi all’uomo, ma rappresentano una base importante per la ricerca futura.
Cosa ci dice questa metanalisi sul futuro della cannabis nel Parkinson
Questo lavoro porta la firma di Elena Mazzoleni, Davide Donelli e di Michele Antonelli, medico prescrittore affiliato al network di CLINN. Proprio al Dott. Antonelli abbiamo posto qualche domande per comprendere meglio i risultati di questo studio.
Cosa vi ha spinto a realizzare una overview proprio sulle meta-analisi sull’uso della cannabis nel Parkinson? Quale vuoto nella letteratura volevate colmare?
M.A. - Negli ultimi anni sono stati pubblicati diversi studi sull’uso della cannabis terapeutica nel Parkinson, ma questi lavori sono estremamente diversi tra loro: cambiano le formulazioni, le dosi, i metodi e le caratteristiche dei pazienti. Di conseguenza, anche le singole meta-analisi (che dovrebbero rappresentare la sintesi più affidabile delle prove) arrivano talvolta a conclusioni disomogenee o difficili da confrontare. Da qui l’esigenza della nostra overview: abbiamo voluto mettere ordine, guardare dall’alto la situazione, capire dove gli studi convergono davvero e dove invece emergono incertezze. In altre parole, il "vuoto" da colmare non era la carenza di dati, ma la mancanza di una visione d’insieme che aiutasse clinici, ricercatori e pazienti a orientarsi in un territorio in rapida evoluzione, ma ancora metodologicamente fragile.
Nello studio si parla di miglioramenti statisticamente significativi ma di entità moderata. Cosa può concretamente aspettarsi un paziente con Parkinson dalla cannabis terapeutica?
M.A. - Le meta-analisi delineano un quadro interessante: molti pazienti riportano benefici reali, anche se talora di entità moderata. La cannabis terapeutica sembra aiutare soprattutto per aspetti come il sonno, l'ansia e il dolore: per alcune persone questo si traduce in giornate più tranquille, riposo migliore e una maggiore serenità nell’affrontare le attività quotidiane. Esistono anche evidenze preliminari a favore di un miglioramento dei sintomi motori, come rigidità muscolare e tremori, sebbene non tutte le ricerche confermino questi effetti. Va ricordato che gli studi finora sono molto eterogenei, con diverse formulazioni, dosaggi e metodologie, e quindi i risultati vanno interpretati con cautela.
Dal punto di vista del medico, quando si valuta l’introduzione della cannabis terapeutica in un paziente con Parkinson, quali sono i principali aspetti di sicurezza e le possibili controindicazioni di cui si tiene subito conto?
M.A. - Il primo passo è sempre lo stesso: muoversi con cautela. Non perché la cannabis terapeutica sia pericolosa, ma perché il Parkinson (soprattutto nelle fasi più avanzate o in presenza di altre fragilità) è una condizione che richiede attenzione a ogni dettaglio, come tutte le patologie neurodegenerative.
In qualche caso possono comparire effetti indesiderati a livello del sistema nervoso centrale, soprattutto se non si sceglie la giusta formulazione o si eccede con il dosaggio: un po’ di sonnolenza, qualche vertigine, un senso di confusione o rallentamento possono comparire, e tendono ad essere più pronunciati negli anziani o in chi ha già difficoltà cognitive. Poi ci sono le possibili interazioni con altri medicinali, come certi psicofarmaci. Allo stesso modo, una pregressa storia di turbe dello spettro psicotico o di abuso di sostanze può rendere la cannabis terapeutica una scelta poco adatta o addirittura controindicata. E infine c’è un aspetto molto concreto, ma cruciale: nelle prime settimane, la cannabis può aumentare il rischio di cadute. Una maggiore sonnolenza o una lieve instabilità posturale possono bastare per mettere in difficoltà un paziente già fragile. È per questo che insistiamo sul procedere "a piccoli passi", cominciando con dosi basse, revisionando accuratamente le modifiche posologiche ed attuando un monitoraggio clinico attento.
Che messaggio darebbe oggi a un paziente con Parkinson – o a un caregiver – che sta valutando la cannabis terapeutica dopo aver letto la vostra meta-analisi?
M.A. - Il messaggio più onesto è questo: la cannabis terapeutica può essere utile in alcuni casi, ma non per tutti e non per tutti i sintomi. Può aiutare per il sonno, l'ansia, il dolore, certi sintomi motori e in alcuni casi può fare la differenza nella qualità della vita quotidiana. Ma è altrettanto importante avere aspettative realistiche, parlarne con il proprio medico di fiducia e procedere con prudenza, iniziando da dosi basse e monitorando attentamente eventuali effetti collaterali. La cannabis terapeutica non è una "cura miracolosa" per il Parkinson, ma può rappresentare un’utile opzione complementare, da valutare con attenzione caso per caso, soprattutto quando i sintomi non rispondono pienamente alla terapia standard. Il suo utilizzo va sempre integrato in un percorso terapeutico più ampio e personalizzato.

