La sindrome da astinenza (o sindrome da sospensione/discontinuazione) è l’insieme di segni e sintomi che insorge in seguito a riduzione, sospensione o antagonizzazione di una sostanza a cui l’organismo si è adattato. È l’espressione clinica della dipendenza fisica (adattamento neurobiologico) e può manifestarsi sia in contesti di disturbo da uso di sostanze sia durante terapie prescritte e protratte, anche in assenza di craving o di un pattern d’uso problematico. (Kalfas et al., 2025; PMID: 40632531. NCBI Bookshelf: NBK310652).

Sintomi dell’astinenza da oppiacei, alcol, nicotina e benzodiazepine

In termini generali, qualunque sostanza con effetto neurofarmacologico e potenziale di tolleranza può determinare una sindrome d’astinenza. Il quadro clinico dipende dal bersaglio recettoriale (es. sistema GABAergico, oppioidergico, colinergico, endocannabinoide), dall’emivita, dalla rapidità di riduzione e dal contesto clinico (comorbilità mediche, poliassunzione).

  • Oppiacei: l’astinenza oppioide si manifesta tipicamente con disforia/ansia, irrequietezza, dolori muscolari, lacrimazione/rinorrea, sbadigli, sudorazione, crampi addominali, nausea/diarrea e insonnia. È generalmente molto disagevole ma, a differenza dell’astinenza da alcol o da sedativo‑ipnotici, non è di norma intrinsecamente letale; la gravità clinica e l’eventuale rischio vitale derivano soprattutto da complicanze (disidratazione, squilibri elettrolitici, comorbilità) e da eventi indiretti, inclusa la mortalità per overdose dopo disintossicazione per perdita di tolleranza (NCBI Bookshelf: NBK310652. StatPearls: NBK459239. Darke et al., 2017; PMID: 28120402).
  • Alcol: l’astinenza alcolica può evolvere verso crisi convulsive e delirium tremens, con instabilità autonomica e rischio di morte se non riconosciuta e trattata. Il rischio aumenta con storia di astinenze complicate, elevato consumo cronico e comorbilità internistiche.
  • Nicotina: la sospensione può provocare irritabilità, ansia, umore depresso, aumento dell’appetito, insonnia e difficoltà di concentrazione; il rischio vitale non è tipico, ma l’impatto funzionale e la ricaduta sono frequenti.
  • Benzodiazepine (e altri sedativo‑ipnotici): l’astinenza può includere ansia severa, insonnia, tremore, iperattività autonomica e, nei casi gravi, delirium e crisi convulsive. Per questo la sospensione abrupta o la riduzione rapida può essere pericolosa e richiede un tapering strutturato e individualizzato (Joint Clinical Practice Guideline on Benzodiazepine Tapering, 2025; PMCID: PMC12463801. Hu, 2011; PMID: 21815323).
  • Cannabinoidi: esiste una sindrome d’astinenza da cannabis (riconosciuta nel DSM-5), più frequente nei consumatori quotidiani/alto dosaggio. I sintomi tipici includono irritabilità, ansia, umore depresso, insonnia con sogni vividi, riduzione dell’appetito e irrequietezza; il picco avviene in genere entro la prima settimana, con risoluzione nella maggior parte dei casi entro 2–3 settimane. La prevalenza stimata della sindrome in persone con uso regolare è ~47% in metanalisi (Connor et al., 2022; PMID: 34791767. Bahji et al., 2020; PMID: 32271390).

Ruolo dei cannabinoidi nel disturbo da uso di sostanze

Negli ultimi anni sono stati proposti cannabinoidi (THC, CBD o combinazioni) come possibili interventi di supporto in alcune sindromi d’astinenza o nei disturbi da uso di sostanze, soprattutto per target sintomatici come insonnia, ansia, dolore e craving. L’evidenza clinica è tuttavia eterogenea: alcuni trial controllati e revisioni suggeriscono segnali di efficacia su craving/ansia in specifici contesti (es. CBD in heroin use disorder) ma i dati restano limitati e non sostituiscono i trattamenti standard (Hurd et al., 2019; PMID: 31109198. Shafie et al., 2025; PMCID: PMC12104536; PMID: 40415392; DOI: 10.1111/adb.70047).

Disturbo da uso di oppioidi (eroina, analgesici oppiacei)

La cannabis e i cannabinoidi interagiscono con il sistema endocannabinoide, che presenta un’interazione funzionale con il sistema oppioidergico endogeno. In linea teorica, questo crosstalk può modulare dolore, risposta allo stress e componenti affettive dell’astinenza, rendendo plausibile un ruolo di supporto in alcuni pazienti.

Sul piano clinico, uno studio controllato ha valutato il dronabinol (THC orale) come trattamento dell’astinenza oppioide, con riduzione di alcuni indici sintomatologici ma senza evidenze robuste di miglioramento degli esiti principali (es. ritenzione in trattamento) (Lofwall et al., 2016; PMID: 27234658; DOI: 10.1016/j.drugalcdep.2016.05.002). Per il CBD, un trial randomizzato in soggetti astinenti con disturbo da uso di eroina ha mostrato riduzione di craving e ansia indotta da cue (Hurd et al., 2019; PMID: 31109198). In pratica, questi dati supportano un impiego come adiuvante sintomatico selezionato, non come alternativa ai trattamenti con efficacia consolidata (metadone/buprenorfina o naltrexone).

Dipendenza da nicotina

Per la dipendenza da nicotina sono disponibili dati ancora preliminari sui cannabinoidi, con un interesse particolare per il CBD come potenziale modulatore del craving e della risposta allo stress. Al momento non esistono raccomandazioni cliniche consolidate basate su trial di ampie dimensioni.

Una sperimentazione pilota randomizzata in fumatori che desideravano smettere ha riportato una riduzione del consumo di sigarette con CBD inalatorio usato “al bisogno” rispetto a placebo; si tratta però di dati preliminari, da confermare in studi più ampi (Morgan et al., 2013; PMID: 23685330; DOI: 10.1016/j.addbeh.2013.03.011).

Questi risultati vanno interpretati come proof‑of‑concept: l’efficacia e la generalizzabilità devono essere confermate, e l’eventuale impiego clinico deve essere integrato con interventi standard (counseling, terapia sostitutiva nicotinica, vareniclina/bupropione quando indicati).

Altre sostanze

Per molte altre sostanze (stimolanti, cocaina, MDMA, ecc.) l’astinenza è spesso dominata da sintomi affettivi e neurovegetativi (astenia, disforia, insonnia/ipersonnia, craving) più che da complicanze vitali acute. In questi contesti, l’uso di cannabis viene talvolta riferito come auto-trattamento di insonnia o ansia, ma l’evidenza controllata a supporto di un beneficio clinicamente rilevante sull’astinenza è attualmente insufficiente.

Nel caso della cannabis, l’astinenza è una sindrome specifica e non coincide con “dipendenza” in senso psicologico: molti soggetti presentano sintomi di sospensione anche senza richiesta di trattamento. Per l’astinenza da benzodiazepine e per l’astinenza alcolica, l’impiego di cannabis/cannabinoidi come trattamento specifico non è supportato da evidenze di buona qualità e può essere controindicato in presenza di vulnerabilità psicotica, disturbi dell’umore o rischio di abuso; in tali quadri restano centrali protocolli standardizzati e monitoraggio clinico.

Esperienza Clinica

Pur con evidenze sperimentali ancora limitate e non definitive, nella pratica clinica si osserva frequentemente che, in una quota non trascurabile di pazienti, l’utilizzo di cannabis o di preparazioni a base di cannabinoidi produce un beneficio percepito e funzionalmente rilevante su sintomi “bersaglio” dell’astinenza - soprattutto insonnia, ansia/iperarousal, riduzione dell’appetito e dolore somatico - con una conseguente maggiore tollerabilità della fase acuta. Si tratta di un dato clinico osservazionale: non consente inferenze causali né sostituisce gli interventi di prima linea, ma ha comunque valore pratico perché descrive un fenomeno ricorrente nel “real world” e, in diversi casi, appare coerente con effetti farmacodinamici noti (THC su sonno/appetito/nocicezione; CBD su ansia). In termini operativi, quando questo pattern è presente, può essere sensato riconoscerne la funzione sintomatica e integrarlo in modo consapevole nel piano di cura, invece di ignorarlo o trattarlo solo come rumore clinico.

Inizio promettente

Nel complesso, i cannabinoidi possono avere un razionale come intervento sintomatico in domini selezionati (sonno, ansia, dolore e talora craving) e, pur in assenza di conclusioni definitive, l’esperienza clinica suggerisce che in alcuni profili il beneficio è reale, ripetibile e clinicamente significativo. Il nodo è trasformare l’uso “spontaneo” in un impiego monitorato: definire obiettivi (es. riduzione insonnia/iperarousal), criteri di risposta e segnali di fallimento/escalation. Resta critico ricordare che preparati ad alto THC possono indurre tolleranza e sindrome di astinenza, oltre a peggiorare esiti psichiatrici in sottogruppi vulnerabili; per questo, quando si considera un cannabinoide, è spesso preferibile orientarsi verso formulazioni standardizzate e profili a minor rischio (CBD-dominanti o rapporto THC/CBD bilanciato), con follow-up su sonno, ansia, funzionamento e consumo.< La collocazione clinica più corretta rimane quella di adiuvante sintomatico (non sostitutivo) dentro un piano terapeutico evidence-based, mantenendo priorità alla gestione delle sindromi potenzialmente letali (alcol e sedativo-ipnotici) e alle terapie di prima linea per i disturbi da uso di sostanze.

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