La storia più famosa - e spesso evocata - è quella di Charlotte Figi, una bambina con sindrome di Dravet (forma grave di epilessia farmacoresistente), la cui vita cambiò grazie all’uso di un estratto ricco in CBD noto come Charlotte’s Web. Quando aveva pochi anni, Charlotte sperimentava fino a 300 crisi al giorno, nonostante l’uso di anticonvulsivanti standard. Con l’olio al CBD, le crisi si ridussero drasticamente (a 2-3 al mese in periodi favorevoli). Quando l’olio veniva sospeso, le crisi tornavano: questa correlazione fece scalpore e contribuì in grande misura all’interesse globale sul potenziale della cannabis in epilessia.
Naturalmente, bisogna contestualizzare: il caso di Charlotte è un esempio riportato nella letteratura come "proof of concept", ma non è sufficiente da solo per affermare che la cannabis sia una cura universale per l’epilessia. Serve una base di dati clinici robusta.
Cosa dicono oggi gli studi clinici
Negli ultimi anni, la ricerca ha fatto passi avanti significativi. Ora sappiamo che il cannabidiolo (CBD) ha un ruolo ben più documentato rispetto ad altri fito-cannabinoidi nel contesto dell’epilessia. Una meta-analisi recente ha mostrato che il CBD è efficace nel ridurre la frequenza media delle crisi epilettiche, con dosaggi variabili (da 10 a 20 mg/kg/die), ma anche con effetti collaterali correlati, in particolare a carico del fegato (aumento delle transaminasi). (De Oliveira, 2025)
Le linee guida ormai riconoscono “evidenza di classe 1” nel contesto del CBD come terapia aggiuntiva (add-on) in determinate forme refrattarie, come Dravet syndrome e Lennox-Gastaut syndrome. In questi studi, pazienti già sotto terapia antiepilettica venivano aggiunti al CBD e confrontati con placebo, ottenendo riduzioni significative delle crisi convulsive rispetto al gruppo di controllo.
Un lavoro più recente (2025) ha esaminato l'efficacia del CBD-enriched cannabis oil come terapia aggiuntiva per epilessia: anche in quel caso sono stati osservati miglioramenti nella frequenza totale delle crisi e in quelle convulsive.
Tuttavia, uno dei punti più discussi è l’interazione del CBD con altri farmaci antiepilettici, specialmente il clobazam. In molti soggetti, il CBD incrementa i livelli ematici del metabolita attivo del clobazam (N-desmethylclobazam), complicando l’interpretazione: in che misura il beneficio è dovuto al CBD direttamente, o all’effetto indiretto sull’altro farmaco?
Va detto anche che, al di fuori delle sindromi refrattarie ben studiate, l’evidenza in epilepsie focali o altre forme meno gravi è ancora limitata.
Meccanismi plausibili: come potrebbe agire la cannabis (e cosa resta da capire)
Non esiste ancora un’unica spiegazione definitiva, ma le ipotesi sono affascinanti e coerenti con le osservazioni cliniche:
- Il CBD può modulare canali ionici (ad esempio canali del calcio, recettori TRPV), riducendo l’eccitabilità neuronale.
- Può agire su recettori non classici (ad esempio recettori GPR55 o recettori 5-HT) modulando in parte la trasmissione sinaptica.
- Influisce sui processi infiammatori e sullo stress ossidativo: l’epilessia è sempre più considerata anche una patologia con componente neuroinfiammazione, e il CBD ha proprietà antiossidanti/antiinfiammatorie.
- Interazione con il metabolismo epatico e gli enzimi del citocromo P450: può modificare la concentrazione ematica di altri antiepilettici.
- Possibile modulazione del sistema endocannabinoide endogeno (ECS), modulando la degradazione/produzione di endocannabinoidi e quindi il tono degli stessi recettori CB1/CB2.
Tuttavia, molto rimane da chiarire: come varia l’effetto in base alla dose, alla durata del trattamento, all’età del paziente e alla forma specifica di epilessia? Qual è il profilo ideale cannabinoide (solo CBD, estratti a spettro completo, combinazioni) per ciascuna condizione?
Limitazioni, rischi e prospettive
Anche se i risultati finora sono promettenti, non possiamo ignorare i limiti:
- Interazioni farmacologiche: specialmente con antiepilettici che condividono vie metaboliche epatiche.
- Eterosità dei dati: molti studi sono piccoli, con disegni aperti, senza gruppo di confronto, o con soggetti che assumono farmaci addizionali.
- Generalizzabilità: le sindromi severe (Dravet, LGS) sono state studiate più intensamente; non è detto che i risultati si estendano a tutte le forme epilettiche.
- Regolamentazione e standardizzazione: la qualità, la purezza, la titolazione e la standardizzazione degli estratti sono variabili. Bisogna usare prodotti di elevata qualità farmaceutica e verificati.
Ma le prospettive sono stimolanti: già oggi si progettano trial per epilessie farmacoresistenti in adulti, con CBD moderno o nuovi cannabinoidi/analoghi (anche combinazioni con il CBDV, il cannabidivarina) che mostrano in modelli sperimentali proprietà anticonvulsive interessanti.
Articolo a cura di Matteo Mantovani, Farmacia San Carlo

