Perché usi la cannabis? Se la risposta è per dormire, per il dolore o per l'ansia, non stai più parlando di svago, ma della tua salute.
Il problema è che se quella cannabis arriva dal mercato nero, di quella infiorescenza non sai nulla, non sai cosa contiene, quant’è forte e che effetti avrà. Il vero costo della cannabis del mercato nero non è il prezzo che paghi, ma tutto quello che non vedi.
Partiamo da un dato culturale che fa fatica a emergere nel dibattito pubblico italiano: una fetta enorme delle persone che oggi consumano cannabis non lo fa per "sballarsi", ma per gestire dei sintomi.
Nel momento in cui usi una sostanza per modificare uno stato fisico o psicologico problematico, sei dentro una dinamica terapeutica. Il tuo corpo non fa distinzione tra "ricreativo" e "medico": registra una sostanza che entra, assorbe dei principi attivi che si legano ai recettori e gli effetti si propagano.
E proprio per questo che dovresti sapere cosa stai assumendo, in che quantità, e con quali rischi. Sul mercato nero, niente di tutto questo è disponibile. Ed è qui che inizia il problema serio.
Cosa c'è davvero in quello che fumi
L'idea che l'erba è naturale, quindi pulita è una delle convinzioni più diffuse e più sbagliate che ci siano. Vediamo, uno per uno, cosa la ricerca scientifica continua a trovare nei prodotti del mercato illecito.
Uno studio dell'Istituto Superiore di Sanità di Roma, pubblicato su ScienceDirect nel 2021, ha analizzato 31 campioni di infiorescenze coltivate in diverse regioni italiane. Il dato più impressionante è stato la presenza di 154 diversi pesticidi. L'87% dei campioni conteneva fungicidi. In quel caso specifico, lo studio riguardava la cosiddetta "cannabis light", quella cosiddetta legale.
Sul mercato nero, dove non esiste alcun controllo, alcun obbligo di tracciabilità, alcun limite normativo, la situazione è strutturalmente peggiore. I coltivatori clandestini hanno un solo obiettivo, far crescere il più possibile, il più in fretta possibile: questo significa fertilizzanti aggressivi, antiparassitari sistemici, regolatori di crescita. Tutta roba che resta nelle infiorescenze e che, quando le bruci, inali direttamente nei polmoni.
Piombo, cadmio, mercurio, arsenico. La cannabis è una pianta cosiddetta iperaccumulatrice: ha la capacità di assorbire i metalli pesanti dal terreno e concentrarli nelle sue parti aeree, comprese le infiorescenze. Questo la rende, in agronomia, utile per la bonifica dei suoli contaminati. La rende, allo stesso tempo, pericolosissima quando coltivata su terreni inquinati o concimata con fanghi non controllati, esattamente quello che accade nelle filiere clandestine.
Uno studio britannico recente, condotto con la Manchester Metropolitan University, ha trovato nella cannabis del mercato nero quantità rilevanti di piombo, oltre a muffe e cannabinoidi sintetici. Il piombo, ricordiamolo, è un neurotossico che si accumula nelle ossa, nel fegato, nel cervello, e che agisce in modo subdolo per anni prima di manifestarsi.
L'umidità della conservazione, l'essiccazione fatta male, lo stoccaggio in ambienti non idonei: tutti fattori che favoriscono la proliferazione di Aspergillus e altri funghi patogeni. Per una persona sana, una piccola contaminazione può tradursi in un'irritazione respiratoria. Per chi ha un sistema immunitario compromesso (come un paziente oncologico, una persona con patologie autoimmuni, un anziano fragile) può significare un'infezione polmonare grave. Sono casi documentati in letteratura medica internazionale.
Adulteranti e "tagli" della marijuana
E poi c'è il capitolo più inquietante: le sostanze aggiunte volontariamente per aumentare il peso, l'aspetto o la potenza percepita. Lacca per capelli per dare lucentezza, sabbia o zucchero per aumentare il peso al grammo, tabacco scadente nei tagli più rozzi, erbe secche di altra natura. Nei casi più gravi, cocaina, metamfetamina o MDMA, riscontrati in studi europei come contaminazione crociata negli stessi laboratori clandestini che lavorano più sostanze.
Questa è forse la parte di cui si parla meno, ed è la più seria. I cannabinoidi sintetici (molecole come quelle vendute con i nomi commerciali "Spice", "K2" e decine di altre) sono composti chimici prodotti in laboratorio per imitare l'effetto del THC, ma con potenze fino a centinaia di volte superiori.
Il loro problema è che non sono testati su esseri umani, hanno effetti tossici imprevedibili sul sistema cardiovascolare e nervoso, e producono intossicazioni acute molto gravi. L'Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze (EMCDDA) ne ha registrate oltre 200 varianti diverse tra il 2008 e il 2020, e ne segnala continuamente di nuove.
Queste sostanze vengono spruzzate sulle infiorescenze. Visivamente, all'olfatto, al gusto sono indistinguibili dalla cannabis ordinaria, ma gli effetti possono includere tachicardia severa, crisi psicotiche, convulsioni, in alcuni casi balzati alla cronaca di recente anche la morte.
L’imprevedibilità
C'è poi un rischio altrettanto importante, ossia l’imprevedibilità della concentrazione di principi attivi. Due grammi che hai comprato dalla stessa persona, lo stesso giorno, da quella che credi sia la stessa "pianta", possono contenere quantità di THC e CBD radicalmente diverse. Anche all'interno della stessa infiorescenza, la distribuzione dei cannabinoidi non è omogenea: la cima è più potente della base, le foglie hanno profili diversi dai fiori veri e propri.
Per chi usa la cannabis ricreativamente, questo si traduce al massimo in una serata strana. Per chi la usa come strumento per gestire un sintomo, è un disastro.
Se stai cercando di dormire e una sera fumi qualcosa con il 10% di THC e la sera dopo qualcosa con il 22%, stai giocando alla roulette. Una sera funziona. La sera dopo ti svegli con tachicardia alle 4 del mattino. La terza non senti nulla. La quarta hai un attacco d'ansia di rimbalzo. Il tuo sistema nervoso non riesce a costruire una risposta stabile, perché lo stimolo non è mai uguale.
Questo è esattamente il motivo per cui in medicina nessuna terapia farmacologica seria può prescindere dalla titolazione: vale a dire la conoscenza esatta di quanti milligrammi di principio attivo stai assumendo a ogni dose. Senza titolazione, non c'è terapia.
Le interazioni con altri farmaci
C'è poi un piano clinico che la maggior parte dei consumatori ignora completamente. Il THC e il CBD interagiscono con il sistema enzimatico del citocromo P450, lo stesso sistema che metabolizza la maggior parte dei farmaci di uso comune.
Cosa significa, in pratica? Significa che se prendi:
- anticoagulanti, la cannabis può aumentarne l'effetto, con rischio emorragico;
- antidepressivi: possono manifestarsi interazioni che alterano l'equilibrio terapeutico;
- benzodiazepine: l'effetto sedativo si somma in modo non lineare e potenzialmente pericoloso;
- antiepilettici: il CBD può modificarne le concentrazioni plasmatiche in modo clinicamente rilevante;
- alcuni chemioterapici, immunosoppressori, antiretrovirali: con effetti che possono compromettere l'efficacia stessa della cura.
Il rischio legale
Lo releghiamo alla fine solo per una questione di priorità, ma è altrettanto importante. Comprare al mercato nero significa anche entrare in un circuito che ha conseguenze pratiche pesantissime.
C'è il rischio penale, ovviamente, che varia a seconda delle quantità ma che nei casi sfortunati può arrivare al procedimento per detenzione ai fini di spaccio anche per quantità modeste, soprattutto quando la persona viene trovata con somme di denaro o bilancini. C'è il rischio amministrativo della sospensione della patente, particolarmente problematico per chi vive in zone non servite dai trasporti pubblici o per chi della patente vive professionalmente. Ci sono le conseguenze sul lavoro, soprattutto in mansioni a rischio o in ambito pubblico, dove un controllo positivo può tradursi in un licenziamento o nella perdita di un'abilitazione.
E poi c'è qualcosa di cui si parla ancora meno: il fatto che ogni acquisto al mercato nero finanzia direttamente la criminalità organizzata. La cannabis illegale è una delle voci di reddito più importanti delle reti criminali italiane, stimata intorno ai 6 miliardi di euro l'anno secondo le ultime analisi.
L'alternativa esiste, ed è meno complicata di quanto credi
A questo punto la domanda legittima è: e allora cosa dovrei fare? Smettere?
No. La cannabis terapeutica in Italia esiste, è legale, è disponibile su prescrizione medica e dispensata in farmacia. Funziona così: un medico esperto valuta la tua condizione, individua se c'è un'indicazione clinica appropriata, prescrive una formulazione titolata (infiorescenze o estratti in olio) di cui conosci esattamente il contenuto in THC e CBD, fino al milligrammo. Un prodotto di grado farmaceutico, coltivato in ambienti indoor controllati, testato in laboratorio per purezza, costanza e dosaggio.
Quello che molte persone non sanno è che l'accesso non è riservato a una manciata di patologie estreme. Le indicazioni cliniche per cui la cannabis terapeutica è prescrivibile in Italia sono ampie e in continua evoluzione: dolore cronico resistente, spasticità in patologie neurologiche, nausea da chemioterapia, alcuni disturbi del sonno e dell'ansia in contesti specifici, alcune condizioni oncologiche e palliative. Il primo passo è parlare con un medico che conosca davvero il tema e capire se la tua situazione rientra in un quadro prescrivibile.
CLINN nasce esattamente per questo: per ridurre la distanza - informativa, geografica, culturale - tra le persone e l'accesso a una terapia regolamentata.
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